STORIA DELL’ASSOCIAZIONE CORALE “GIOVAN FERRETTI”   

1979

 L’Associazione Corale “Giovan Ferretti” è nata del tutto casualmente nel febbraio del 1979: per vicende varie si conobbero Alessandro Orlandini, parroco di Pietralacroce, e Cesare Greco, all’epoca agli ultimi anni negli studi di pianoforte e musica corale; parlando del più e del meno, venne lanciata, forse senza troppo crederci, l’idea di far nascere un coro.
Ma Don Sandro – come lo chiameremo affettuosamente nel seguito - era persona concreta e spiccia, e in pochi giorni mise a disposizione i locali attigui alla chiesa con alcuni strumenti e convocò vari appassionati di canto insieme a Cesare Greco incaricandolo così di fatto di dare avvio all’iniziativa.
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Visto che  Don Sandro oggi non è più tra noi riteniamo giusto soffermarci per un attimo nel tratteggiarne qualche caratteristica personale che si sarebbe rivelata poi essenziale nel connotare l’identità dell’Associazione.
Questo giovane sacerdote si era da poco trasferito ad Ancona dopo esperienze in altri centri marchigiani, ed interpretava il proprio “mandato” in modo particolare, affiancando ad una impostazione sostanzialmente semplice del rapporto con gli altri un amore per le cose belle, tra le quali trovava posto l’arte e la musica. Verso quest’ultima aveva un atteggiamento che, lungi dall’appiattirsi su impostazioni “conciliari”, si concretizzava nel rispetto delle competenze più specifiche delle persone che a tale attività si dedicano. Se un giudizio personale lo manteneva, questo era trattenuto quasi sempre nell’ambito di un riserbo che, riteniamo, si sarebbe rotto solo in caso di disapprovazione.
Ma - è questa una caratteristica importante da sottolineare - nei quattordici anni durante i quali è stato Presidente, mai una parola per “indirizzare” il repertorio, mai una richiesta di partecipazione a funzioni liturgiche che in altri cori viene imposta come “compenso” per la disponibilità di sale e strumenti.
Ecco perchè l’Associazione si è  potuta formare con un’impostazione sostanzialmente “laica” del repertorio - anche se è stata eseguita moltissima musica sacra - concertistica e non liturgica, sprezzante del do ut des che caratterizza l’attività “scambistica” di molte formazioni analoghe.
Sono tre “impostazioni” che dovranno tenersi a mente, in tutto il percorso successivo, e che, una volta radicatesi nel sodalizio, sono state acquisite da tutti: maestro, coristi,  presidenti successivi, sostenitori.
    
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    Se il Presidente “storico” si attira, com’è evidente, tutta la gratitudine, una parola va spesa anche per cercare di spiegare come mai l’Associazione Corale “Giovan Ferretti” sta a Pietralacroce e si sente di Pietralacroce più che di Ancona.
    Era un piccolo borgo, Pietralacroce, nei tempi antichi: distaccato dalla città di Ancona, arroccato sulle prime propaggini del Conero dietro il baluardo del Forte Altavilla. Da questa “alta villa” si osservano con distacco, stemperate dalla dolcezza del paesaggio tipicamente marchigiano, le tensioni della vicina città. Qui è diverso il clima, diversa la gente, abituata da sempre a muoversi tra le poche case e quella chiesetta che costituivano il borgo, richiuso in se stesso nella saggezza del contadino marchigiano stretto tra le durezze del commerciante marinaro d’Ancona e quelle dell’unico monte che si getta direttamente nell’Adriatico centrale.
    Alla fine degli anni Settanta Pietralacroce cominciava ad essere assorbita nel tessuto edilizio di Ancona, ma, caso più unico che raro, accadeva un interessante fenomeno di assimilazione: contrariamente a quanto avviene in molti nuovi quartieri, nei quali la giungla di cemento cancella, oltre alle campagne, anche le storie dei contadini che le abitavano,  a Pietralacroce gli abitanti delle nuove costruzioni, sempre più fitte, sempre più grandi, venivano coinvolti in quell’atmosfera paesana e, ancora, “contadina” e volenti o nolenti si adeguavano rapidamente.
E’ per questo che il quartiere, divenuto oggi uno dei più ambiti della città, ha riconosciuto la sua storia ed i tasselli che la compongono, tra i quali anche il “Giovan Ferretti”, che è una componente come lo sono la strada, la chiesa, il fornaio, il tabaccaio …
Per questo i coristi dell’Associazione amano “salire” a Pietralacroce, anche se alcuni vengono da comuni diversi, e qualcuno in certi periodi anche da più di 30 km di distanza. Qui si respira un’aria diversa, più libera, ed oggi si comincia a sentire il profumo di una tradizione. E’ anche per questo che l’Associazione resta radicata a Pietralacroce, nonostante nella sua storia siano giunti più volte inviti anche accattivanti volti a far trasferire la formazione inquadrandola all’interno di istituzioni prestigiose.
La gratitudine verso la gente di quassù sembra ricambiata non solo da quanto nel tempo messo a disposizione, ma da tanti episodi nei quali il quartiere intero è stato coinvolto nell’organizzazione di concerti, dei servizi di ospitalità. Solo qui poteva capitare di vedere, in una sera d’estate, la strada principale bloccata da un palcoscenico sul quale si svolgeva un concerto, poi una tavolata di oltre cento persone, senza cittadini o commercianti a protestare.

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Torniamo dunque al 1979 ed ai primi passi del coro. Il primo incontro tra direttore e coristi non fu tale da alimentare eccessive speranze: una dozzina di iscritti, due o tre giovani, altri in là con gli anni, pochi che avevano già cantato, pochissimi con nozioni di musica. Nessuno, possiamo confessarlo, aveva le idee ben chiare del percorso successivo e la parola “coro” evocava l’immagine di canti conviviali piuttosto che l’idea di qualcosa di impegnato.
Le prime prove ebbero luogo in un angusto locale vicino alla sacrestia, perché la piccola chiesa ed i locali attigui erano ancora in ristrutturazione. I primi pezzi? Un paio di composizioni di Adriano Banchieri (e chi lo conosceva questo compositore del ‘500?), una di Luca Marenzio (altro illustre Carneade). Erano composizioni profane, che quindi non potevano tornar utili all’attività di Don Sandro. Le prime prove furono assai divertenti, anche se molto sofferte: quei brani non ne volevano sapere di riuscire, e l’ignaro passante che si fosse trovato a camminare vicino alle finestre della sagrestia avrebbe in cuor suo sicuramente deprecato che nelle chiese si svolgessero adunate licenziose di tal genere.
Lo sparuto gruppo si arricchì subito di nuovi arrivati, alcuni dal quartiere di Pietralacroce, altri, magari per conoscenza del maestro o di coristi, provenienti da posti lontani.  In due o tre mesi si raggiunse un organico di ventuno coristi, che allora appariva considerevole.
Ma che organico! La diversità sembrava essere … ciò che accomunava le persone!
Con  la commozione con cui si ricordano i pionieri si possono elencare dei nomi che al lettore esterno al coro non diranno nulla, ma che nella piccola storia che vogliamo raccontare hanno il privilegio di aver posto i primi tasselli: Franco Barocci, organista giovanissimo e promettente, incline ai tiri burloni più che ai severi modi del contrappunto, Vittorio Farinelli, flautista e storica «colonna» dei bassi, Claudio Ferretti e Cetty Assenza, allora studenti e felicemente inconsapevoli di dover convolare (ah, coro galeotto!) a nozze, Salvatore Valenti (in arte, allora, «Tano», un’inesauribile fonte di amenità e professionista nel disturbo delle prove), Claudia Speciale, un soprano che avrebbe pian piano trascinato nel coro ben sei elementi della stessa famiglia (il termine clan sarebbe qui più appropriato). E, ancora, Alessandra Gianuizzi e Marina Giorgetti, le cosiddette «mamme» del coro, Santina Melappioni (al secolo «Tucci», martire del coro in quanto da sempre addetta ai compiti più ingrati, oggi divenuta la presidente), Piergiorgio Talevi e Marco De Cecco, pietralacrocesi veraci, Francesca Piccinini, esuberante traino dei contralti, Gianna Cingolani, proveniente addirittura da Camerino, la gentilissima e compita Liliana Mainardi (altresì nota, per chi non ne ricordava il nome, come «la signora del rossetto»), Maurizio Felici (alleato del citato Tano), Silvana Melappioni, che risollevava il morale della truppa - un po’ a terra, visti i risultati - con delle torte prodigiose, e altri ancora ...
Ognuno di questi e di tutti quelli il cui nome è nelle liste – anche negli anni successivi - ha avuto un suo peso nella storia del coro … Magari è più facile citare quelli che, per carattere, scherzosità o manie stravaganti lasciarono un ricordo più «pungente»: ma ai primi coristi va il riconoscimento di non essersi tirati indietro quando – nella minuscola saletta delle prove - ogni ragionamento fondato sul buonsenso avrebbe consigliato di non immischiarsi in quella sconveniente esperienza.
Bene, il coro, dopo il primo periodo di preparazione, si presentò al pubblico partecipando ad un piccolo concerto, il 12 giugno del ‘79: furono presentati due brani di breve durata ma, per le forze di allora, sembrava un’impresa titanica!
L’esperimento piacque, cosicché per la nuova stagione la voce si sparse e vi fu una cospicua “infornata” di nuove voci (solo nella sezione dei soprani entrarono ben dieci nuove coriste).
Iniziò allora quel fenomeno che è tipico non solo del «Giovan Ferretti», ma di tutti i cori non stabili: il ricambio continuo dei coristi. Ogni anno, infatti, entrano nuove voci, qualcuna se ne perde, cosicché quasi sempre occorre destreggiarsi abilmente per portare le nuove voci ad un livello almeno sufficiente e per «frenare» gli anziani che tenderebbero ad accelerare il ritmo...
Nell’autunno del 1979 entrarono a far parte del coro anche due cantanti straniere: la svedese Lotta Andersen e la tedesca Franziska Weiss (oggi soprano solista presso l’Opera di Friburgo). S’inaugurò così una consuetudine poi rinnovatasi nel tempo: che alcuni studenti stranieri, venuti ad Ancona per iscriversi alle facoltà universitarie o per un anno di tirocinio nelle scuole, facessero parte del «Giovan Ferretti». La cosa è sempre stata molto piacevole, sia perché il coro ha potuto avere una maggiore apertura, sia perché è stato possibile in numerosi casi confrontarsi con la preparazione musicale media di uno studente straniero, traendone le dovute conclusioni. Un po’ come nelle attuali squadre di calcio, il «Giovan Ferretti rimpolpava ogni anno l’organico con coristi stranieri: vennero l’islandese Anna Hinriksdottir (sempre presente nelle bevute post prova), l’italo-tedesca Cristina Regnery (ora perfettamente italiana), i tedeschi Stephanie Hartlander, Bernard Horlin, Eckart Marchant, Christopher Munch, Florian Munch, Ulrick Veltkamp, lo spagnolo Pablo Acrebor, la francese Marithè Demaret, lo jugoslavo Leo Kallopher, la russa Natalia Ciaicowskaia, la moldava Lucia Negru Guidi, l’olandese Elizabeth Genemans …
Tutti personaggi cari, che la memoria ricorda per qualità particolari e per episodi divertenti legati alla loro presenza nel coro (la sola notizia dell’arrivo della svedese bastò a determinare nuovi ingressi nelle sezioni maschili, all’epoca esigue ...).
Un particolare ringraziamento va a Bernard Horlin e Christopher Munch per il contributo in termini di integrazione nel gruppo e  per l’impulso che diedero all’attività artistica del coro  facendosi parte attiva nell’organizzazione di importanti tournée all’estero. Oggi sono due carissimi amici, il primo purtroppo rientrato in Germania, il secondo ancora con il coro in quanto “agganciato” e sposato da  un soprano.
 L’elenco dei coristi mostra che nei primi venti anni di attività` circa duecentoquaranta persone sono state tra le file del «Giovan Ferretti» (e dall’elenco è escluso quel folto gruppo di persone che, pur facendo parte del coro per qualche periodo, non hanno tenuto nemmeno un concerto).
Questo fatto attesta una delle identità dell’Associazione Corale, come fonte di attività culturale intesa come avvicinamento di persone ad un tipo di pratica musicale altrimenti del tutto lontana dagli itinerari di vita e di studio.  
Oggi, a vent’anni di distanza, con la stessa devozione con la quale si alza il capo al passaggio delle bandiera, non si può omettere di elencare i pochissimi nomi di quelli che, dalle prime prove ad oggi, ci furono sempre: Gianna Cingolani, Tucci Melappioni, Alessandra Gianuizzi, Marina Giorgetti, Claudia Speciale, Claudio Ferretti. L’elenco è impietoso, nella sua origine numerica, in quanto non tiene conto di tutti quelli, entrati magari dopo pochi mesi o dopo pochi anni, che hanno dato e danno tuttora un contributo fondamentale per l’attività dell’associazione. Ma se i numeri penalizzano quest’ultimi con l’anonimato, i sei “seniores”, nella loro isolata posizione, forse non gradiscono quello sguardo che si volge loro con la stessa curiosità che destano immote cariatidi lontane …
Il 1979 si concluse con il suo unico frammento di concerto, e null’altro: ma il semino (proprio quel piccolo concerto) era gettato, e il tempo avrebbe fatto il resto.


1980

Raggiunto un organico più robusto il coro incominciò a tenere i primi concerti interi sin dal febbraio dell’80.  
Se si allenta la briglia al pensiero è possibile ricordare che da una parte c’era il serio tentativo di indirizzare l’attività del coro verso itinerari musicali piuttosto rigorosi, ma d’altro canto vi era tutta la spensieratezza di chi inizia un «esercizio» per puro diletto, e trova in esso soddisfazione spirituale e buoni amici.
È in questo senso che il «Giovan Ferretti», benché si sia qualificato negli anni proprio per una impostazione assolutamente professionale nella scelta di concerti e repertorio, ama definirsi con orgoglio un coro di «dilettanti», restituendo al termine una “rinascimentale” nobiltà, e primato sul «professionismo».
Tornando ai primi concerti ed ai primi tempi i ricordi tendono a sorvolare sull’aspetto musicale (sarà sempre benedetta la mano santa che farà scomparire quei pochi, impietosi frammenti di registrazioni che rimangono ...), rammentando invece alcuni fatti anche banali, ma che riportano al clima di grande spensieratezza di quei tempi e forse traducono meglio, per il lettore, la vicenda del “Giovan Ferretti”…
Ad esempio, il travagliato iter per scegliere una prima divisa accettabile. All’inizio si cantava tutti vestiti più o meno di blu; la raccomandazione di portare scarpe scure era puntualmente seguita dall’esibizione di sandaletti e coturni di varia foggia e colore, così come la richiesta di una camicia bianca dava luogo ad eccentriche interpretazioni del colore «bianco» (che poteva significare «a scacchi bianchi e rossi», «celeste tendente al bianco», «rosa tendente al bianco», etc.). Il coro tutto prese coscienza del fatto che presentarsi al pubblico in quel modo significava distrarlo dalla musica e così fu partorita la nuova (per quei tempi) divisa del coro, che prevedeva: donne in autarchica gonna blu (prudenzialmente estesa sotto il ginocchio) e camicetta grigio sporco, con macule chiare la cui incerta distribuzione fu – con grande volgarità – definita da alcuni coristi «a sputo di lama»; uomini in pantaloni blu e camicia rosa abbacinante, colore che trovò la felice classificazione «singhiozo de pesce» dalla verace anconetana Mariola Giamagli.  I problemi di divisa sembrano secondari nella vita di un coro e, soprattutto, dal punto di vista del direttore stabile: non è cosi`. Il giovane direttore impari presto, e tenga a mente per sempre, che un soprano od un contralto potrà forse piegare la testa - se costretto con lunghi esercizi ed abili tattiche di «convincimento» - per eseguire un crescendo in un passaggio di Palestrina, ma sarà irremovibile e terribilmente caustico nel condannare l’impreparazione  del maestro nel campo dell’abbigliamento. Quindi, un consiglio per i debuttanti: fingere di conoscere, delegare, portarsi fuori dal problema.
I primi concerti del coro “Giovan Ferretti” furono veramente strani: davvero scarsissima era la consapevolezza di ciò che significano concentrazione, professionalità`, rigore. Accadevano episodi strani e divertenti … Nel maggio dell’80, in un concerto (guarda caso, organizzato presso l’Ospedale Psichiatrico di Ancona) scomparve un tenore, nel bel mezzo di un’esecuzione. Cosa era successo? Colto da sete improvvisa, lo sciagurato si era assentato momentaneamente per andare a bere! Nello stesso anno, in un altro concerto, il debutto della corista Giuliana Brega - che si sarebbe poi contraddistinta per l’impegno nella realizzazione di alcuni allestimenti scenici – fu caratterizzato, proprio in un momento cruciale, da una cascata a pioggia di caramelline che la giovane custodiva in tasca, evidentemente preoccupata dalla tenuta della voce per il suo primo concerto! Sono piccoli episodi che, confrontati con l’odierna impostazione, con i tanti accorgimenti poi entrati nel bagaglio di ogni corista, rendono l’idea di come l’esperienza e la maturità di un coro si compongano di una miriade di tasselli, tutti piccoli e tutti necessitanti un proprio tempo.
Fin dalla seconda stagione musicale si fece l’esperienza di abbinare strumenti al coro. La cosa piacque e, negli anni, maturò la tradizione di eseguire anche repertori corali-orchestrali, con solisti, nei limiti delle possibilità economiche.
 L’estate del 1980 può essere scelta quale momento ideale per la transizione da una mentalità puramente «amatoriale» a quella di un «dilettantismo» gestito con criteri professionali. Si erano già eseguiti alcuni concerti di vario genere, di fronte a tipi di pubblico diverso: il coro cominciava ad avere un organico non più striminzito, e maturava, in tutti, la volontà di approfondire l’esperienza musicale insieme a quella umana.
Si determinò allora la volontà di trasformare il coro in una Associazione regolarmente costituita, che potesse meglio organizzarsi, con una forma giuridica precisa, ed aspirare anche a riconoscimenti ed aiuti concreti. Nacque cosi`, con atto del 25 giugno 1980, l’Associazione Corale «Giovan Ferretti», gestita da un  Consiglio di Amministrazione, da un Direttore Artistico, etc.
Il Consiglio di Amministrazione è composto da nove membri che, eletti dall’assemblea, amministrano il coro, collaborano alla programmazione dell’attività ed “ammortizzano” i contrasti che inevitabilmente si determinano. Il compito dei consiglieri è quantomai improbo: un ringraziamento, doveroso, va ai numerosi componenti che nel corso degli anni hanno saputo interpretare con passione e tenacia la figura di consigliere, con sacrifici a volte non indifferenti (si pensi, ad esempio, alla complessa organizzazione di una intera tournée con viaggi, prenotazioni, passaporti, collegamenti con le singole località, traduzioni, etc.).  
Lo statuto dell’Associazione fu concepito prevedendo un direttore artistico, un maestro organista collaboratore e due consulenti musicali ed inoltre esplicitando la possibilità di più formazioni aderenti al sodalizio, nonché di incarichi esterni per direttori, solisti, etc. Negli anni successivi lo statuto è stato affiancato da un regolamento che riguarda vari aspetti dell’attività.

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Con la nuova veste giuridica si cercò anche di ufficializzare l’ingresso di nuovi coristi, con tanto di domande, esami, etc.
Come si entra nel «Giovan Ferretti»? Questo interrogativo è di molti che, sentita la parola «esami», si ritirano ancora prima di tentare.
Esiste in realtà un esame di ammissione durante il quale il direttore dovrebbe cercare di capire l’estensione, il timbro e le caratteristiche della voce del «candidato», la facilita` di apprendimento, etc.
In verità, nel corso di dieci anni, si è assistito ad esami di ammissione con i personaggi più disparati e con episodi anche divertenti che vale la pena di ricordare.
Di solito l’aspirante corista, alla domanda «Mi fa sentire qualcosa?» si paralizza e giura e spergiura di non conoscere alcun brano e di non cantare mai, nemmeno per sbaglio. La circostanza è singolare, visto che si tratta di persone che fanno domanda per entrare in un coro. Comunque, dopo varie insistenze, il direttore ripiega su motivetti elementari tra i quali prevale l’arcinoto e stucchevole «Fra’ Martino campanaro». Gli abitanti delle case vicine alla sede si saranno chiesti, negli anni, quali potessero essere i progressi del coro, visto che ogni tanto erano costretti a sentire degli strazianti Fra’ Martini, testardamente e soporiferamente intenti a non fare il proprio dovere.
Vi sono state delle eccezioni rispetto allo standard dell’aspirante corista. Ad esempio una ragazza che sosteneva di avere un’estensione di sole tre note, e non c’era verso di farle cambiare idea! Intonava il primo inciso di «Fra’ Martino» e poi si fermava, dovendo superare l’estensione di un intervallo di terza: e voleva entrare nel coro! Era impossibile convincerla che non esiste persona con un’estensione così piccola. L’esame durò un’ora, o forse più. Solo alla fine fu possibile «estrarle» - senza anestesia - sette o otto note, che erano comunque troppo poche. Fu accettata comunque nel coro, forse solo per scommessa ... La giovane «muta» si sbloccò col tempo (occorse spesso frenarla …)  e negli anni successivi iniziò gli studi musicali, diplomandosi in canto ed avviando una carriera professionale come corista presso enti lirici.
I personaggi e le macchiette degli esami di ammissione non finirebbero mai: un tale, giovane, una volta venne e, alla fatidica domanda, rispose che voleva cantare l’assolo del baritono dalla nona sinfonia di Beethoven. Attaccò e, senza accompagnamento, eseguì correttamente la prima frase, proseguendo poi con una lunghissima melodia che (seppur molto gradevole) non aveva nulla da spartire con il povero Ludwig Van. Il tutto con grande potenza di suono e convinzione. Non si riusciva a farlo smettere. Per le qualità vocali, comunque straordinarie, ricevette le congratulazioni e fu ammesso, anche con un punteggio alto. Mistero: dopo quella apparizione, il soggetto non si presentò più`, nemmeno ad una prova (fu rintracciato anni dopo, divenuto assessore del Comune di Ancona).
I primissimi esami si svolgevano con una commissione composta dal direttore Cesare Greco e da altri musicisti: i già nominati Franco Barocci e Vittorio Farinelli insieme all’organista Andrea Freddini (anche questi sempre incline ad abbandonare il suo “ruolo” ufficiale per abbandonarsi a scherzi e tiri mancini). Il clima era goliardico: mentre il direttore cercava seriosamente di riassumere in aridi numeri le caratteristiche della voce dei candidati, gli altri tre personaggi vergavano annotazioni d’altro genere sulle schede, non disdegnando d’inoltrarsi in questioni psico-anatomiche.
Questo era il clima dei primi anni, queste le persone.  La sorte, benigna, ha voluto che non tutti i documenti siano stati conservati, altrimenti ci si dovrebbe dilungare su altri ben più sostanziosi particolari.

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Costituitosi dunque come associazione, il coro «Giovan Ferretti» centrò subito alcuni importanti bersagli, quali ad esempio la partecipazione, nel novembre del 1980, alla Rassegna di Urbania, che per la prima volta mise a confronto il coro con altre formazioni italiane.
È difficile spiegare quale sia lo stupore di chi, per la prima volta impegnato in un’esperienza corale, scopre che esistono molte altre formazioni, centinaia di appassionati  che in città vicine e lontane si dedicano alla stessa attività ... Tutto ciò è motivato sostanzialmente dal fatto che i cori, in Italia, costituiscono una realtà sommersa e poco conosciuta (avete mai letto una recensione di un concerto polifonico su un quotidiano?).
Nel 1980 una insegnante di canto diede un aiuto al coro in termini di schedatura delle voci e di primi rudimenti vocali: era Emma Raggi Valentini, docente presso il Conservatorio di Pesaro. Dopo di lei il coro ha avuto altri preparatori vocali, che condividono il merito e le responsabilità per i risultati raggiunti. I nomi: Maria Concetta Martorana (all’epoca a ragione ribattezzata «Martoriata»); Doriana Giuliodoro; Elisabetta Andreani; Antonella Vento; Ermanno Balducci; Beatriz Lozano.  



1981

Il 1981 fu un anno molto importante per la crescita del coro, almeno per tre motivi: innanzitutto, per la prima volta fu allestito un vero e proprio programma corale-orchestrale, con varie esecuzioni che resero il coro consapevole della possibilità di avventurarsi su una strada difficile (per impegno tecnico ed economico) ma molto gratificante; in secondo luogo, il coro si portò per la prima volta fuori regione (anche se solo … a Cattolica!), provando tra l’altro l’ebbrezza di un grande ed attentissimo pubblico; infine, nel mese di luglio, il coro fu coinvolto in una rappresentazione all’aperto nell’ambito del festival estivo organizzato dal Comune di Ancona, una specie di rievocazione cinquecentesca, in costume, durante la quale si dovevano eseguire canti rinascimentali ai margini di un banchetto. Regia di Roberto Cimetta. Lo spettacolo aprì una nuova via per il coro: ci si rese conto infatti che questo tipo di rappresentazione, nella quale la musica veniva riproposta nella sua integrità pur se unita ai movimenti scenici, nascondeva interessantissime soluzioni, da sperimentare e provare con nuovi tentativi, non più casuali e improvvisati com’era quello.  La partecipazione alla rievocazione scenica rimane ancor oggi molto viva nel ricordo, sia per l’aspetto dei coristi e del direttore, paludati in abiti inusuali (i soliti problemi di divisa ...), sia per altri particolari forse non troppo riferibili (i cavalli del Gonzaga, passando di fronte ai coristi, manifestarono in modo nient’affatto urbano il loro disappunto per quel tipo di musica...).
Il 1981 fu anche un anno molto triste per il coro: uno dei soci che per primi erano entrati a costituire il nucleo originale, Franco Barocci, perse la vita in un incidente stradale, tanto banale quanto imprevedibile. Fino a pochi minuti prima cantava insieme ad altri coristi, sulla spiaggia di Marina di Montemarciano, per divertirsi, senza alcun impegno. Franco era un basso, nel coro, ed  era anche l’organista.  Ma questo non descrive a sufficienza il contributo che dava all’Associazione: attivissimo nell’organizzazione, univa ad una naturale, scanzonata simpatia un profondo rigore musicale che lo aveva portato ad essere, in pochi anni di studio, uno dei più promettenti organisti delle Marche, un organizzatore di restauri e censimenti di organi antichi, e così di seguito. Quando in un gruppo scompare un amico vi è sempre un momento di grande sconforto: ma la scomparsa di Franco ha rappresentato uno «strappo» eccezionale, una cicatrice forse mai del tutto sanata non solo per il coro, ma anche per quanti ancor oggi lo ricordano nelle città in cui si era esibito come solista.  



1982

Chi scorra la lista dei concerti dall’81 all’82 noterà un ampio intervallo di tempo senza concerti: questa «pausa» fu dovuta, oltre che al grande sbandamento del coro per la vicenda di Franco, anche ad una notizia che, allora, sembrava incredibile: il coro era stato ammesso a partecipare alla Rassegna Internazionale di Loreto, nell’aprile ‘82!
Cos’è la Rassegna di Loreto, per un giovane coro? È un evento che, visto sempre “da fuori” sembra irraggiungibile: un appuntamento per molti cori stranieri e pochi cori italiani, un clima di festa e semplicità, il confronto tra prestigiose scuole musicali, insomma quanto di meglio si vorrebbe per cementare l’unione di un coro e farne lievitare l’esperienza.
L’incredibile, per il coro, stava nel fatto che l’organizzazione, dovendo scegliere – come sempre -  al massimo due o tre complessi italiani tra i quali eventualmente uno solo dalle Marche, a fronte di molte domande aveva scelto proprio il giovanissimo “Giovan Ferretti”!
Il coro passò dunque alcuni mesi in febbrile preparazione di un repertorio abbastanza vario, con brani anche impegnativi e conosciuti: venne dunque aprile, il momento della verità.
Le esecuzioni furono abbastanza buone, con qualcosa di eccellente e qualcosa di disastroso, dovuto anche alla inevitabile inesperienza. Come tacere della deprecabile esecuzione del «Crucifixus» dal Credo di Vivaldi, con l’accompagnamento strumentale realizzato dall’organo (l’organizzazione imponeva l’esecuzione di un brano con organo ed il coro aveva da poco eseguito il «Credo» con l’orchestra): una errata registrazione dell’organo e l’inesperienza del coro causarono un «distacco» di tonalità di circa un tono! Difficilmente si cancellerà dalla mente l’immagine dell’organista che suonava impietrito dal dolore, gli occhi dei coristi che continuavano imperterriti ed impotenti a cantare pur sapendo di essere caduti in un’altra tonalità, il braccio del direttore che si muoveva con la partecipazione di un chierichetto che sparge incenso.
Ma, accanto a questa immagine che a volte ancora torna a turbare le notti (… meno male!: da allora fu un monito a non ripetere l’errore di certe trascrizioni) vi sono altri, ben più piacevoli ricordi: ad esempio, la felice ed intensa presentazione del «Requiem per un amico scomparso» di Cesare Greco, composto in memoria di Franco Barocci, ed una memorabile esecuzione del «Super flumina Babylonis» di Palestrina nella Basilica di Loreto. E ancora, la tensione - enorme - che tutti avevano prima di quelle esecuzioni di fronte ad una platea eccezionale per numero e competenza, tensione che sfociò poi, per alcuni coristi, in liberatorie lacrime di commozione a fine concerto.
E, come al solito, accanto ai ricordi «musicali», spesso prendono il sopravvento memorie goliardiche...  Incancellabile, ad esempio, la prima notte nell’istituto delle severissime (ma gentili) suore polacche che ospitavano il coro, quando, nell’oscurità e nel silenzio dei lunghi corridoi cominciò a dipanarsi una strana processione, con quattro negri di fattezze enormi (ah, versatilità dei cuscini!), agghindati con monili, pettini, sciarpette ed altro, che procedevano ancheggiando e «sfarfallando» le braccia al sinistro e mormorato canto - ovviamente su base ritmica - di «giacca le noci sa le ma’, accanna mamma uò, accanna mamma uà...» (imitazione in lingua afro-loretana di un simpatico coro della Costa d’Avorio presente alla rassegna). Meglio sorvolare su quanto successe all’arrivo del presidente e al primo rumore dei passi delle suore polacche ...
Simpaticissimi ed affettuosi i negroni della Costa d’Avorio: si affezionarono al “Giovan Ferretti” e portarono anche alcuni regali (un corista custodisce tuttora un trancio di coda di cammello che, per l’insopportabile odore che emanò per anni fu prudenzialmente custodito nel sottotetto).
Come dimenticare, sempre a Loreto, la festa spontanea improvvisatasi nel palazzo apostolico, complici i formidabili amici della Schola Cantores Ciglanensis, di Ciano del Montello: balli d’epoca, bevute storiche alle quali si aggiungevano man mano ospiti inglesi, austriaci, finlandesi ... La mattina dopo (la levata era di buon’ora) gli occhi dei più erano sottili fessure circondate da aloni profondi, nella maggioranza dei casi pietosamente celati da lenti scure.
Ancora a Loreto: come non citare il memorabile scherzo organizzato da tenori, bassi e maestro a scapito delle sezioni femminili? Quando il direttore giunse trafelato ed irritatissimo alle prove dicendo che - incredibile! - in una rassegna di musica sacra gli era stato chiesto di eseguire, quella stessa sera, una chanson profana (!) e, visto il repertorio del coro, la scelta era caduta sulla profanissima chanson «Il est bel et bon» di Passereau! Iniziò la prova del brano: il maestro rimproverava con sempre maggior accanimento i soprani ed i contralti, insistendo in particolare sul passaggio in cui le donne imitano le gallinelle. Le coriste, allibite, umiliate ed offese assistevano ad una sfuriata epica del direttore, che le tartassava, le faceva cantare da sole, le insultava, sempre per quel maledetto e stupido passaggio «co-co-dè, co-co-dè» ... D’un tratto bassi e tenori, con perfetto tempismo e sincronismo (circostanza già di per sé sorprendente), iniziarono ad osservare insistentemente le parti basse delle coriste, con lo sguardo perplesso di un gentleman inglese che scopre una formica nel suo tè, con ammiccamenti ed alzate di sopracciglia culminanti nella comparsa di tutta una serie di ovetti dalle stesse deposti!
Sono piccoli episodi, che nulla hanno di musicale: ma fanno capire che la rassegna di Loreto dell’82 segnò un momento fondamentale per la vita del coro, perché fu possibile cementare il coro e far conoscere ai partecipanti il vero «spessore» della polifonia nelle scuole europee: si scoprì anche come la musica corale riesca ad affratellare ed unire popoli anche lontani. Fu difficile sedare l’emozione che restava negli animi di tutti: anche se era ormai da cinque giorni che si viveva insieme da mattina a sera, appena tornati ad Ancona fu naturale voler passare la prima sera insieme, come se la vera famiglia fosse diventata il coro, legame più forte che non le famiglie di ciascuno!
Il 1982 proseguì sulla scia di Loreto, e fu un anno denso di successi e di concerti, alcuni importanti, altri decisamente in tono minore.
Tra gli appuntamenti degni di memoria l’esecuzione, al Teatro «Rossini» di Pesaro da poco restaurato, della nuova composizione di Cesare Greco «Un uomo nel fosso», con regia di Lorenzo Capulli e voce recitante Giuliana Brega (i coristi erano impegnati in enigmatici movimenti scenici e produzione di «rumori» vari, tra cui un memorabile crollo di una catasta di seggiole, forse simbolo della caducità umana).
Ancora, un nuovo invito alla Rassegna di Urbania, quindi la partecipazione alla Rassegna di Castelfiorentino (con un’incantevole notte tra le torri di San Gimignano e qualche composizione accennata sotto le stelle, negli androni dei palazzi medioevali).
Tra le curiosità potrebbero essere catalogati due concerti richiestici dal Comune di Ancona, nel mese di maggio, per la settima ed undicesima circoscrizione (la parola d’ordine all’epoca era: «decentrare!»); questi concerti, benché regolarmente finanziati, non erano stati organizzati nè pubblicizzati in alcun modo: sintomatico esempio di spreco di risorse che portò a momenti di esilarante comicità. Se la situazione fu già imbarazzante nel quartiere di Montedago, dove il coro si trovò – «sconcertato» - a cantare nell’androne di un grosso condominio, di fronte ad una ventina di persone, il clou fu raggiunto nel concerto del Poggio (minuscola frazione di poche case), quando si scoprì che nessuno sapeva indicare dove si sarebbe dovuto cantare: una volta scelto un posto qualunque,  si constatò che non vi era nemmeno uno spettatore! Per salvare la situazione s’inventò allora un concerto «itinerante»: si girava per le vie della piccola frazione e, non appena si affacciava una massaia intenta alla cucina domenicale (con relativi profumi), veniva «carpita» e costretta ad ascoltare almeno un paio di composizioni.  Fu durante una di queste esecuzioni che un vecchietto, in sella al suo ciclomotore rumorosissimo, pensò bene di passare tra il coro ed il direttore, fermandosi poi per alcuni istanti - a motore acceso, naturalmente - per ascoltare i «marziani», ripartendo quindi scuotendo la testa.

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1983

 Il dopo-Loreto fu animato da una gran voglia di fare, e nel 1983, l’Associazione fece il grande passo allestendo in proprio un’orchestra per l’esecuzione di un intero programma vivaldiano (il «Credo» ed il «Gloria», oltre ad un concerto per flauti e archi). Solisti erano il soprano Doriana Giuliodoro (che, avendo per qualche tempo curato la preparazione vocale dei coristi, ne subiva ora, da tergo, i risultati) ed il mezzosoprano Yeal Seon Kang (coreana, pronuncia «il son can», immensi coloratissimi abiti scenici, sudori freddi del direttore per la pronuncia, grande simpatia), oltre ai flautisti Vittorio Farinelli ed Albino Mattei.
Il concerto fu eseguito ad Ancona, Camerino, Urbino, Ostra, e ne restano ricordi bellissimi. Fu in quell’occasione che si comprese – in anni nei quali non esistevano esecuzioni corali-strumentali se non presso i teatri stabili - come anche i nostri cori possano avventurarsi nell’esecuzione di brani con orchestre e solisti, come avviene normalmente all’estero: l’unica differenza sta nel fatto che gli amministratori nostrani continuano a non capire che un’organizzazione che mette in moto cento persone tra coro, orchestra, solisti ed aiutanti non si improvvisa su due piedi, ma è come una «macchina» che va avviata almeno con un anno di anticipo, per dare buoni risultati. Dalle nostre parti (come un po’ in tutt’Italia) si preferisce tuttora comprare il «prodotto finito» - cioè un concerto già pronto proposto dalle agenzie a caro prezzo con complessi professionali o stranieri - piuttosto che finanziare oculatamente anche i complessi disponibili sul territorio chiedendo poi un «ritorno» in termini di concerti e qualità di esecuzione.
L’idea di avere, nelle principali sedi cittadine, complessi che vengano finanziati con l’intervento continuo dello Stato e della popolazione residente - idea che è ormai da tempo realtà in numerosi Paesi stranieri - da noi sembra inconcepibile. Circola un concetto di “cultura” estremamente immaturo da parte dei nostri amministratori: una cultura vista come evento eccezionale, invece che come prassi quotidiana e crescita sociale.
Il coro “Giovan Ferretti” – come tutti, del resto - ha sperimentato queste difficoltà negli anni: ben poche volte, con illuminati personaggi, è stato possibile programmare con sufficiente anticipo e con i giusti mezzi le esecuzioni di grande impegno tecnico ed economico. Quasi sempre sono state le istituzioni private a sopperire alle pubbliche mancanze offrendo concerti ben organizzati e remunerati: il «grazie!» maggiore va comunque a tutti i componenti dell’Associazione che, quando si è trattato di mettere in moto la macchina organizzativa (si pensi all’allestimento delle pedane, ai contratti con gli orchestrali, all’acquisto dei leggii, al noleggio delle partiture, alle copie, all’affitto di pullman, alla contabilità per i rimborsi spese, ai permessi SIAE, etc.) non hanno esitato a dare il loro prezioso contributo di lavoro materiale.
Nel 1983 ebbe luogo anche un interessantissimo concerto - una delle migliori esecuzioni che si ricordano – tenuto a Pesaro nel mese di giugno: un gruppo madrigalistico presentò in pubblico una serie di brani di Giovan Ferretti, probabilmente mai eseguiti dopo il ‘500. I brani erano stati trascritti appositamente da Cesare Greco, a coronamento di una serie di studi - iniziata alcuni anni prima - su questo formidabile musicista rinascimentale che, famosissimo all’epoca, venne poi sempre più dimenticato. (Rimane pur sempre il dubbio che lo sfortunato musicista – se interpellato - accetterebbe volentieri di permanere nel suo «moderno» anonimato pur di non vedere più il suo nome collegato ad iniziative tipo cori e simili. Nel nostro immaginario, Giovan Ferretti sta lì, nelle cariche vesti dell’epoca, in posizione eretta, e il suo acuto sguardo, fisso nei nostri occhi, non è privo di una certa corrucciata severità).
In quel concerto pesarese fu chiaro a tutti – agli esecutori, al pubblico ed al musicologo Franco Piperno che curò la presentazione - che si stava riscoprendo un patrimonio di valore immenso, che andava assolutamente rivalutato. Questo  fece affermare sempre più nel coro la volontà di proseguire le ricerche sulla vita e sulle opere di quel compositore straordinario.
Forse con un po’ di presunzione potremmo vedere in quello stimolo iniziale la “molla” per la successiva attività di Cetty Assenza, all’epoca contralto nel coro: dedicatasi alla musicologia, ha approfondito notevolmente le conoscenze sull’opera di Giovan Ferretti, con pubblicazioni di fondamentale interesse.
Come si è detto, a Pesaro si presentò un gruppo ridotto: questo tipo di formazione - a volte indicata con la sinistra sigla «G.R.» - aveva affiancato sin dall’inizio l’attività del  coro principale (il primo concerto di un gruppo cameristico risale infatti al maggio del 1980). Si tratta di un gruppo di cantori composto da 12-16  elementi, scelti in base alle caratteristiche più adatte per quei repertori che - per esecuzioni di autori particolari o per sale da concerto ristrette - non richiedono la partecipazione del coro intero.
Quando fu scelta per la prima volta questa soluzione per un concerto non s’immaginava certo la reazione che ne sarebbe derivata da parte dei coristi esclusi: ma fu utile per capire quali siano gli «istinti» del corista, in particolare nel «Giovan Ferretti».  
In ogni coro come in ogni insieme di persone vi è la volontà di emergere, di partecipare alle esperienze più interessanti, ma nel «Giovan Ferretti» questa volontà si amplifica a volte fino a divenire smania, ansia di partecipare, frustrazione per non essere stati scelti. Tra le varie “patate bollenti” che il Consiglio di Amministrazione si è trovato a dover risolvere vi è sempre stata quella delle lamentele di coristi convinti di essere relegati in un secondo piano per non aver preso parte ad alcune esecuzioni.
La malattia polifonica ha questi sintomi: imponete al corista le prove, e mugugnerà perché son troppe: escludetelo da due prove o da un gruppo ridotto e vi farete un nemico.
Bisogna dire però che, ormai a vent’anni di distanza, è subentrata in tutti la consapevolezza che l’esperienza dei gruppi ridotti sia salutare, perché ha stimolato i cantori ad una maggiore indipendenza e ad una partecipazione in prima persona. Per questo, nella preparazione attuale del coro, l’uso dei gruppi ridotti viene esteso a volte anche all’allestimento di repertori che saranno poi eseguiti con tutto il coro: questo metodo ha dato sempre risultati eccellenti. Ma ancor oggi, per esecuzioni con gruppi cameristici, il fuoco cova sempre sotto la cenere ...
Restiamo al 1983 per ricordare almeno due cose degne di nota.
Nel luglio fu inaugurato l’organo della Chiesa Collegiata di Sant’Elpidio a Mare, appena restaurato grazie a quell’instancabile uomo di cultura che era il Dott.Arrigo Gugliormella: quanti «Callido» dispersi nella Marche e oggi restaurati, se qualcuno li dotasse di vita, si metterebbero a suonare insieme le lodi di questo grande personaggio! Ormai da qualche anno Arrigo, grande ammiratore del coro, è partito: tra le tante gemme ha lasciato un suo motto, che oggi adorna i programmi di una rassegna organistica: “… il tempo per la musica, come il tempo per l’amore, dilata il tempo per vivere …” Dunque, a S.Elpidio venne chiamato l’organista Luigi Celeghin ed invitato il «Giovan Ferretti» - sezioni maschili - per l’esecuzione della «Missa cum Jubilo» gregoriana con gli intercalari organistici di Girolamo Frescobaldi. Esecuzione ottima, grande tensione emotiva nel pubblico per la scelta di riproporre tale musica nel contesto che le era proprio, cioè durante una Messa stupendamente celebrata dal Vescovo di Fermo Mons. Bellucci, attentissimo a non scindere il dipanarsi delle melodie dalla sequenza liturgica vera e propria. Quell’esecuzione si ricorda perché le pause nelle alternanze coro-organo furono per ognuno cariche di significato, segno evidente che la  contemplazione - oggi ingiustamente sottovalutata nella liturgia - consentiva all’assemblea di partecipare ben più di quanto sarebbe stato possibile con le meccaniche recitazioni o i canti inadatti che - tuttora - siamo troppo spesso costretti a sentire ...
Anche alcuni aspetti divertenti, in quell’esecuzione: i cantori ed il direttore furono agghindati con sai, palandrane e medaglioni appartenuti ad una confraternita medioevale e custoditi tra i reperti storici della chiesa. Le numerose foto scattate al vigile urbano, al dentista, allo studente di medicina, al laico impenitente – tutti coristi - vestiti da frati, ed al direttore che cercava di non guardarli negli occhi sono state perdute dall’organizzazione: se mai verranno ritrovate negli archivi sarà un dono graditissimo …
Nel settembre dell’83, grazie anche alle conoscenze maturate nel corso della Rassegna di Loreto dell’anno precedente, fu invitato ad Ancona ed ospitato dal «Giovan Ferretti» il Coro Accademico del Politecnico di Danzica, che tenne due concerti diretti dal simpaticissimo Jan Lukazewski.
L’esperienza del cosidetto «gemellaggio» con un coro straniero fu esaltante, sia perché si aveva modo di ascoltare un complesso particolarmente preparato (che eseguì anche difficili brani contemporanei con impeccabile precisione), sia perché l’ospitalità nelle famiglie «obbligava» - per così dire - ad una spontaneità tale da mettere in diretta comunicazione due popoli che ben poco si conoscevano. Il «Giovan Ferretti» scoprì allora – non era ancora caduto il muro di Berlino: sono pochi anni ma sembra di parlare di un altro secolo - in quale povertà vivevano quelle persone, e s’instaurarono legami di amicizia (forse qualcosa di più ...) che durarono per lungo tempo, con scambi di lettere, visite, invio di pacchi, etc.  



1984

Potremmo dire che dal 1984, da quando cioè l’Associazione compì cinque anni, l’attività si svolse più regolarmente ed in modo equilibrato, presentando ogni anno appuntamenti di rilievo accanto ad iniziative ormai consolidate.
Il coro aveva ormai raggiunto un certo equilibrio: questo si riverberava anche sull’annoso problema delle divise (si torna sul trito argomento, segno che la questione fu vissuta con molta sofferenza ...): le donne allora indossavano una gonna blu adeguatamente lunga (nulla può far perdere le delicate trame di un polifonia rinascimentale come una caviglia mal dimensionata), una camicia bianca con vaghi accenni giullareschi (poi sostituita da altra camicia di colore indefinibile, e pertanto ancor meno criticabile); gli uomini finalmente con vestito blu scuro, cravatta bordeaux e scarpe nere (almeno nelle intenzioni).  
Nel problema delle divise, con il senno del poi, bisogna convenire che le sezioni maschili si sono dimostrate più pazienti e razionali delle donne, che invece hanno effettuato numerosi cambiamenti. Per molti anni gli uomini si sono esibiti con lo stesso vestito blu, mettendo a repentaglio la propria e l’altrui incolumità sia per l’elevata temperatura interna (prossima al punto di fusione dei metalli più leggeri) che quel tessuto sviluppava d’estate, sia perché con gli anni le fattezze non più giovanili dei coristi hanno indotto stati di sovrappressione nelle stoffe, con rischio di esplosioni e lancio dei bottoni - a mo’ di proiettili - verso il pubblico ...
Oggi, grazie a Dio, il problema è superato: il coro si esibisce in un elegante completo nero e per un po’ di anni – salvo ulteriori … crescendo! – non si prevedono cambiamenti.
Si è scherzato un po’: ma se si vuol descrivere come si è andava  delineando la fisionomia precisa del coro nelle sue diverse sezioni non è possibile evitare di scherzare ancora.
I soprani: sezione di punta, estremamente reattiva musicalmente, pronte ad accelerare, rallentare, vibrare, etc. ad un solo cenno del direttore; sezione ormai esperta, padrona di tanti «trucchi del mestiere», anche se sensibilissima - quanto a resa – a fattori esterni, climatici, umorali; ma anche sezione non aliena da piccoli fenomeni di vanità e rivalità (in buona, naturalmente ...).
I contralti: vera spina nel cuore del direttore in quanto sezione chiave del coro e nello stesso tempo penalizzata da un ruolo storicamente inesistente: accanto a notevoli qualità vocali sfoggiano una ritrosia di emergere (l’opposto dei soprani) che si rafforza sempre più anche per il buon amalgama «spirituale» all’interno della sezione. Settore, quello dei contralti, tradizionalmente costellato da gradevoli apparizioni (senza nulla togliere all’austera eleganza dei soprani).
I tenori: bestie rare dal punto di vista vocale, fatalmente «torchiati» dal direttore e, forse per questo, individualisti, a volte polemici, sempre difficilmente inquadrabili nel tessuto del coro e comunque in perenne divisione tra loro stessi.
Ed infine ... dulce lignum, dulces clavos ... i bassi: i più spigliati e simpatici, quelli che riescono ad inserire un nuovo corista nel giro di due minuti, i più imbroglioni, quelli che sono capaci - tutti con la bocca spalancata e l’espressione contratta nell’intensa partecipazione - ad emettere un suono pianissimo perché in realtà non canta nessuno. I bassi che, con grazia e levità semplificherebbero per loro natura i passaggi più difficili levando qualche nota qua e là, arrotondando quella pronuncia, e così via; cari bassi, sempre in difesa del direttore, sempre attenti ad invitarlo ad opportune cene esclusive, sempre attaccati al coro, anche se con quella innegabile tendenza ad abbassare lo sguardo durante le prove sui contralti che hanno davanti, invece che indirizzarlo verso il direttore implorante ...
Questo è l’organico del «Giovan Ferretti» e, come per altre formazioni, si ha l’impressione che le caratteristiche delle sezioni siano ormai così delineate e «tramandate» ai nuovi arrivi che ormai non possano più cambiare.
S’era rimasti al 1984.
Nei mesi di febbraio, marzo ed aprile di quell’anno l’Associazione festeggiò i suoi cinque anni di vita, organizzando sette appuntamenti di rilievo, con concerti corali, strumentali e conferenze. La manifestazione si delineò come un vero e proprio ciclo di concerti (esperienza poi ripetuta per alcuni anni successivi), a testimoniare le capacità organizzative raggiunte dall’Associazione nei primi anni di vita.
E’ doveroso, a questo punto, esprimere un sentito ringraziamento a tutti gli strumentisti che, a condizioni di assoluto favore, hanno accettato di tenere concerti per l’Associazione «Giovan Ferretti», o di collaborare all’attività: sono passati artisti famosi ed altri meno noti, tutti accomunati da un grande spirito di collaborazione e di amore per la cultura musicale.
Nel ciclo di concerti del 1984 fu inserito anche il coro francese «L’Esterelenco», formazione interessante e simpatica diretta con vigore ed energia dal Maestro Daniel Artus, divenuto col tempo grande amico dell’Associazione “Giovan Ferretti”.
Nell’84 vi fu una prima trasferta, per così dire, «estera», con la partecipazione alla Rassegna di San Marino: fu solo un piccolo assaggio di un’emozione che doveva essere gustata appieno dopo circa un mese, con la trasferta organizzata a Kifissia, quartiere elegante di Atene dove il coro fu invitato per partecipare alla quinta edizione del Festival Corale.
Questa partecipazione segnò un momento «storico» nella vita del coro: sia per l’esclusività dell’invito (unico coro italiano invitato, e solo due cori non greci partecipavano al meeting), sia perché per la prima volta si provò l’ebbrezza della trasferta in terra straniera.
Molte cose rimangono vive nel ricordo di questo viaggio: innanzitutto l’accoglienza fantastica dei greci, con quali abbiamo evidentemente un forte legame di sangue; poi l’allegra atmosfera dei concerti, nei quali le musiche eseguite sembrano far intuire che la storia musicale segua altri percorsi, da quelle parti; quindi mille episodi divertenti che, come sempre, accadono quando una comitiva di cinquanta persone si sposta.
Un bellissimo albergo in un quartiere simile alle nostre città balneari, serate consumate a cantare nelle «tabernae» dove servivano spicchi di mele ed arance sbucciati ed accompagnati dal vino resinato che, alla lunga, produceva effetti soporiferi micidiali ...
Concerti, visite turistiche, ancora concerti, serate insieme, notti di baldoria in albergo. Tra i tanti scherzi, quello giocato alla solista di allora, Elisabetta Andreani, amica carissima del coro ed oggi mezzosoprano «perduto» (da noi) per una carriera internazionale densa di successi. Le fecero credere che il giorno dopo si sarebbe dovuto eseguire un canto popolare (richiesto dall’organizzazione) accompagnandolo tutti con relativa danza folkloristica improvvisata: e - si chiedevamo i perfidi coristi - chi meglio della solista poteva trainare il gruppo nell’esecuzione di quella danza? La poveretta passò la notte in angosce e tutta la mattina a provare i passi di una improbabile danza, che poi sventuratamente accennò durante l’esecuzione (naturalmente non era vero nulla, e nessuno del coro fece un passo).
La trasferta greca affermò definitivamente la volontà del coro di stringere amicizie con complessi analoghi in tutto il mondo, per studiare altri tipi di musica e poter conoscere altri tipi di vita non attraverso lo stereotipo «paesaggio» degli alberghi, ma con soggiorni presso le famiglie degli altri coristi, nelle quali si potesse veramente comprendere la routine quotidiana in Paesi diversi dal nostro.
Fu così che nel settembre dello stesso anno fu organizzata una trasferta in Francia, in Costa Azzurra, ricambiando la visita del coro «L’Esterelenco». Anche qui, grande accoglienza, due concerti a Trans ed a Saint Raphael, ospitalità squisita nel tipico stile francese con l’eleganza e l’amicizia di quel gran signore che è il M° Daniel Artus (invidiabile «giovanotto» che, a dispetto di un’età non più verde, tiene a bada un coro numerosissimo, organizza una serie impressionante di trasferte, trova il tempo per far parte di giurie, comitati, rassegne, e, dulcis in fundo, ha ancora tempo da dedicare alla giovanissima moglie e ad un bimbo nato proprio in quegli anni! Il tutto, senza un filo di ansia).
Il coro francese divenne grande amico della nostra Associazione: pur senza voler fare classifiche, bisogna dire che alcuni cori vengono, cantano, hanno grandi momenti di amicizia, ma poi il tempo e la distanza li allontanano irrimediabilmente, e rimane solo un ricordo, seppure piacevole. Altri cori invece ritornano, scrivono spesso, ed allora rivedersi è un po’ come incontrare dei parenti lontani, c’è un tipo particolare di affetto, più che di amicizia. Bene, il coro «L’Esterelenco» è stato uno dei primi con i quali si è provato questo tipo di sentimento.  
Dopo la trasferta francese il 1984 terminò con vari concerti nelle Marche, a conclusione di una stagione che – con i suoi 26 concerti – era stata molto intensa…



1985

L’anno 1985 portò nuove esperienze due delle quali vale la pena di ricordare.
Nel mese di marzo fu eseguito a Jesi, al teatro «Pergolesi», il «Cicalamento delle donne al bucato» di Alessandro Striggio. Si tratta di una «commedia harmonica» a sette voci, di complessa esecuzione sia per la rapidità del contrappunto sia per la non facile comprensione del testo da  parte del pubblico. Dopo un’estenuante serie di prove, messa a punto l’esecuzione musicale si decise con non poche titubanze di presentare l’opera sotto forma di allestimento scenico. Fu contattato il regista Lorenzo Capulli (che già aveva collaborato col coro per «Un uomo nel fosso»), furono ordinati ad un costumista i vestiti di scena, si iniziarono le prove. Non pochi furono i contrasti: principalmente col regista che, per un suo ermetico modo di fare (sembrava procedesse per ispirazione divina) risultava irritante per tutti, abituati come si era ad un clima di costante chiarezza negli obiettivi da raggiungere. D’altra parte il poveretto si trovava nell’imbarazzante necessità di richiedere flessuosità e dinamismo a rocciosi coristi, sedimentati nel corso degli anni nella loro posizione all’interno dello schieramento corale (la cui conquista ha delle affinità con l’iter per il «posto statale» preso di mira in tante macchiette cinematografiche ...).
Oggi, alla luce dei risultati, l’Associazione nutre un sentimento di gratitudine verso Lorenzo Capulli che ha allestì, a Jesi, uno spettacolo di grande suggestione visiva, rinunciando alla pedissequa rappresentazione ed escogitando invece movimenti scenici tali da «combinarsi» - in senso artistico - con lo svolgimento musicale. Le foto ancor oggi custodite nell’archivio dell’Associazione lasciano trasparire, accanto alla bellezza di taluni personaggi, il clima di «sospensione» nel quale scorreva, veloce come un soffio, tutto lo spettacolo. Fu solo grazie a questo entusiasmante risultato che i coristi riuscirono a superare l’imbarazzo di esibirsi su un palcoscenico «reale» in mutandoni d’epoca o in fattezze comunque contrastanti con l’abituale quotidianità.
Questo è un aspetto interessante nella vita del «Giovan Ferretti»: il coro è composto da persone che svolgono i lavori più disparati e, senza voler fare classifiche, bisogna pur constatare che mentre taluni lavori sono svolti con uno scarso contatto con l’esterno, altri sono totalmente proiettati nella dimensione «pubblica» e spesso devono essere - purtroppo - accompagnati da una «immagine» che la persona si crea con gli anni.
Per un giudice, un’insegnante, un vigile - solo per fare alcuni esempi - vi sono alcuni momenti della professione nei quali è necessario adottare misure severe ed impopolari che risultano più agevoli da «trasmettere» se chi adotta tali misure si è creato nel tempo una reputazione di persona seria, posata, etc. Per questo è comprensibile un grande momento d’imbarazzo quando, ad esempio, quella insegnante che la mattina ha preteso un ferreo rigore dai suoi allievi, viene scoperto la sera dagli stessi a ballare danze rinascimentali vestita da contadinella... Non è facile comprendere la natura di questo imbarazzo, ma è certo una sensazione che tutti provano, almeno le prime volte. L’esperienza ha consentito di accertare che il grande impegno da tutti profuso nelle prove, la serietà con cui si stabiliscono gli obiettivi finali ed infine l’amicizia ed il senso di reciproca «protezione» che si sviluppa all’interno del coro sono stati elementi in grado di allentare completamente le briglie del pudore, cosicché ogni corista è sempre tornato ad essere, per il «Giovan Ferretti», l’uomo e non la «figura».
Altro evento, meno felice, del 1985: la partecipazione del coro al VII Concorso Polifonico di Castiglione del Lago.  Il coro ebbe un piazzamento non indecoroso (quinto posto), ma il senso di profonda delusione provato nei confronti di quella giuria - incomprensibile nei giudizi di merito - ancora brucia. Forse la sensazione negativa che maturò in quell’occasione ancora impedisce al coro di pensare serenamente ad altri concorsi.  Il fatto è questo: si constatò che il maggior apprezzamento andava all’impostazione vocale: la giuria, allora, voleva ascoltare un bel suono, e non importava se per raggiungere tale risultato si trascurava la scelta delle composizioni, l’interpretazione, la stessa dinamica del suono. Vinse un coro che cantava con suono gradevole, piccolo piccolo, ma senza alcuna profondità né – apparentemente - partecipazione: altri complessi che presentavano composizioni ben più ardue, eseguite magari con qualche lievissima sbavatura ma con grande dovizia di mezzi tecnici e rigorosità di interpretazione precipitarono in bassa classifica, addirittura dopo il “Giovan Ferretti” (che pure fornì una discreta prestazione!).  L’esperienza fu illuminante sulle profonde differenze esistenti tra l’ambiente delle rassegne (dove vige un clima di serena competitività e di amicizia) e quello dei concorsi, ed ancor più sul divario tra i concorsi e la normale pratica concertistica. In questo senso il Coro “Giovan Ferretti” ha maturato un proprio convincimento: il più genuino successo si ottiene solo con concerti interi, nei quali la formazione può illustrare le tante sfaccettature del repertorio a disposizione; e questo successo viene tributato direttamente dal pubblico, che testimonia così il gradimento come sintesi di più fattori: scelta del repertorio, linea interpretativa, preparazione vocale, «presentazione» del concerto, ad onta di quanti pretenderebbero essere il pubblico stesso incompetente.
L’esperienza dei concorsi è, a tutt’oggi, un aspetto sofferto nella storia del «Giovan Ferretti»: c’è stata un’occasione molto felice negli anni successivi, ma tuttora non si sono trovati gli stimoli per riaprire con convinzione questo capitolo.
L’attività del 1985 proseguì con una serie di concerti organizzati a scopo benefico per l’A.M.B.A.L.T.  (l’Associazione «Giovan Ferretti ha spesso avuto di queste iniziative), con la solita disinteressata collaborazione di  musicisti amici, e seguitò quindi con la consueta serie di concerti corali.
Un simpatico ricordo è legato al concerto tenuto nella Piazzetta del Torrione a Sirolo, quando, all’esecuzione del famosissimo «Contraponto bestiale alla mente» di Banchieri (composizione nella quale il tenore imita l’abbaiare di un cane), un cagnolino presente tra il pubblico iniziò effettivamente ad abbaiare con una precisione di tempo tale da destare l’ilarità generale. Vi sono alcuni concerti che si ricordano per l’eccellente esecuzione: questo si ricorda soprattutto per gli episodi incredibili che avvenivano a ripetizione. Ad un certo punto, mentre il coro già aveva preso il fiato per «attaccare» un brano, una mano scese ad interrompere perentoriamente il gesto del direttore, bloccandogli il braccio! Chi era? Un vigile urbano! Rapido ripasso mentale - da parte di coristi e pubblico – sui possibili reati del direttore, abilmente celati sino ad allora: quale era stato scoperto? Il mistero fu chiarito dal vigile stesso, in modo incredibile: candidamente dichiarò di esser lì mandato dal Comune, perché qualcuno doveva compilare il modulo della S.I.A.E.! Il concerto poté riprendere solo dopo non pochi minuti, quando si riuscì a calmare l’irrefrenabile ilarità del pubblico, dei coristi e del direttore stesso (apparso comunque più sereno e rinfrancato dopo la spiegazione).
L’attività dell’anno proseguì e, nel mese di agosto, fu ospitato il coro “Pro Musica Sacra” di Geislingen, divenuto in seguito uno dei complessi più amici del “Giovan Ferretti” ed accolto altre volte sempre con grande reciproca soddisfazione. A capo di questo complesso è tuttora il tedesco Wolfgang Pelz, severo direttore ed organista formidabile che, nei mesi estivi, raduna un gruppo di coristi provenienti dai numerosi suoi cori “invernali” e cala in Italia lasciando incancellabili tracce del suo passaggio (anche nel senso di una notevole scia di derivati del luppolo ...). Vi sono alcuni personaggi, in questo coro, che si reincontrano ogni volta con grande affetto, anche per la consapevolezza di una stima musicale, di un apprezzamento per l’ospitalità semplice e sincera, ed anche perché in ognuno resta la certezza che, per ogni incontro, non mancheranno momenti di necessaria ed agognata baldoria ...
Nell’ottobre dell’85 il coro partecipò ad una rassegna corale all’Aquila, ricordata sia per un’ottima esecuzione musicale che per la “festa” organizzata nella notte in una piccola camera d’albergo, con tutti i coristi stipati in quel piccolo ambiente a consumare le bottiglie di Centerbe (faceva freddo...) gentilmente messe a disposizione dai nostri ospiti.  Nell’occasione taluni coristi - di norma equilibrati - si dimostrarono particolarmente esuberanti.
Nel 1985 si tennero diciannove concerti, superando quota cento nel computo di tutti quelli organizzati dall’Associazione fin dalla sua costituzione.


1986

 Il 1986 fu uno degli anni di più intensa attività: basti pensare che l’Associazione «Giovan Ferretti» fu protagonista di ben trentotto manifestazioni!
Fu programmata dapprima una serie di concerti, invitando strumentisti e complessi corali italiani.
Prese quindi il via una manifestazione proseguita per vari anni, motivo di orgoglio per l’Associazione: la Borsa di Studio per giovani organisti intitolata a Franco Barocci.
Questa iniziativa nacque per volontà dei genitori di Franco, che, trascorsi alcuni anni dalla dolorosa scomparsa, proposero di organizzare qualcosa per destinare un premio annuale a giovani musicisti particolarmente meritevoli. Dopo non pochi incontri, si decise di indire un concorso per organisti giovani (com’era Franco), ma selezionati sia per le capacità già acquisite sia - per quanto possibile intravedere – per la potenziale attitudine allo studio dei vari problemi musicali e musicologici.
La prima edizione prese il via con un prestigioso concerto inaugurale del M° Arturo Sacchetti, grande personaggio sia per i valori musicali mostrati che per il disinteresse con il quale per vari anni presiedette la giuria accontentandosi di un irrisorio rimborso spese.
Lo svolgimento della Borsa di studio fu possibile per vari anni grazie ai fondi annualmente messi a disposizione dalla famiglia Barocci e dal Comune di Ancona e grazie al grande impegno materiale di alcune persone: Cetty Assenza (vera organizzatrice del tutto), l’organista Andrea Freddini (amico «storico» di Franco e del coro), l’organista Paolo Censori (all’epoca lo si riteneva «strano e silente personaggio»: oggi è «Fra’ Paolo», avendo abbracciato l’ordine monastico in perfetta coerenza con i suoi ritmi interiori).
La borsa di studio ebbe, tra i componenti della commissione, i Mi Giacomo Bellucci, Luigi Fait, Simonetta Fraboni, Giovanna Franzoni, Andrea Freddini, James E.Goettsche, David H.Kimball, Luigi La Porta, Guido Messore, Wolfgang Pelz, Marco Renzi, Arturo Sacchetti e Gianvito Tannoia.
Furono premiati quali vincitori: Luca Scandali, Vincenzo Filacaro, Roberto Marini, Giovanni Feltrin, Giovanna Emanuela Fornari, Marta Gliozzi, Massimiliano Pitocco, Andrea Albertin e Roberto Salsedo.  Tutti invitati ad esibirsi - l’anno successivo ciascuna edizione - in un concerto organistico organizzato dall’Associazione «Giovan Ferretti».
La manifestazione vide aumentare costantemente il numero dei partecipanti, anche perché, dopo una prima edizione regionale, furono ammessi candidati provenienti da tutta Italia. Dopo la nona edizione la Borsa di Studio non fu più indetta, essendo venuti a mancare i contributi dal Comune di Ancona: si sa, la cultura organistica in Italia è derelitta e, negli attuali assessorati, vista come «roba da preti» …
Nell’86 il coro partecipò ad una rassegna corale a Chieti, quindi a due importanti concerti a Roma, tenuti all’Auditorium del Caravita: quest’ultima occasione fu particolarmente rimarchevole, in quanto il coro presentò nelle due serate due programmi completamente diversi, uno profano ed uno sacro, dando prova di una raggiunta versatilità nel genere polifonico (e, forse, delle due anime che lo agitano in perenne conflitto).
Altri concerti furono eseguiti d’estate, in preparazione di quello che ancor oggi viene ricordato come uno degli impegni più grossi e soddisfacenti affrontati: la tournée nella Repubblica Federale Tedesca.
Abilmente organizzata con il fondamentale aiuto dei nostri amici e coristi tedeschi, la tournée si svolse toccando città italiane, tedesche e svizzere: Pellizzano, Oberdurrbach, Seisheim, Bonn, Geislingen, Stein Am Rhein, Gaienhofen. Fu un impegno notevole: vennero allestiti due programmi - uno sacro ed uno profano - e furono eseguiti nove concerti in quindici giorni, alternati da continui spostamenti da una città all’altra. Se si pensa ai cambiamenti di clima, al continuo fai e disfa i bagagli, al tempo passato nel pullman, alle cerimonie ufficiali, alla tensione ed all’apprensione derivante anche dal cantare in località più o meno importanti, se si pensa a tutto questo sembra ritornare ancora un senso di profonda stanchezza, accompagnato però da una sensazione piacevolissima: questa tournée fu un vero e proprio concentrato di esperienze e di emozioni, e dal punto di vista musicale fruttò molte soddisfazioni a tutto il coro.
Molti i ricordi legati a quella trasferta … I primi imbarazzi quando si scoprì, durante il concerto di musica sacra, che all’estero non si usa applaudire nelle chiese ad ogni brano: quel silenzio pesava all’inizio come un macigno ... Gli infiniti problemi organizzativi che si ponevano per sostituire coristi ammalatisi per il clima o per i cambiamenti continui di dieta ... Tutte cose che, nell’esperienza di un coro non sono trascurabili e vengono messe a punto solo con anni ed anni di attività: perché riuscire a programmare un viaggio mantenendo buone condizioni fisiche e spirituali è condizione indispensabile per eseguire poi buoni concerti, e non è cosa facile in viaggi così impegnativi (si potrebbe dire «vox sana in corpore sano» ...).
Insomma, tra tutte le tournée eseguite dal coro ve ne furono sicuramente alcune più «divertenti», più riposanti, forse anche più valide per alcune singole esecuzioni: ma la tournée dell’86 forse è stato il punto più alto sinora raggiunto per coniugare prestazioni concertistiche di buon livello con un viaggio di eccezionale interesse.
L’anno ’86, così ricco di esperienze, terminò con l’ospitalità offerta al coro romano «Casal De’ Pazzi» che fu invitato a tenere un concerto - forse era la prima volta che capitava - solo per averne conosciuto un componente. Ma chissà, il «Giovan Ferretti» sentiva un’affinità con questo coro …




1987

Siamo dunque al 1987: data la prima «zampata» con il «Cicalamento» dell’85, il coro ci aveva preso gusto e fu così deciso di proporre un allestimento scenico del «Festino nella sera del giovedì grasso avanti cena» di Adriano Banchieri. Negli anni precedenti era stata già studiata parte di questa composizione: fu completato l’apprendimento di tutti i brani ed in alcune parti furono inseriti controtenori e gruppi ridotti; la regia fu affidata a Giuliana Brega, che, oltre ad esperienze di teatro con quel Lorenzo Capulli di cui si è già detto, aveva costantemente aiutato il coro in tutte le faccende di scena.
L’esperienza con Giuliana fu felicissima, anche perché il rapporto fu facilitato dal fatto che, essendo corista lei stessa (tra i soprani), comprendeva meglio le difficoltà e le necessità dei cantori. Non mancarono piccoli attriti, perché è sempre difficile far capire ad un regista che un cantante può avere qualche difficoltà se costretto a gorgheggiare paludato con palandrane, cappelli e maschere, in posizioni di precario equilibrio (certamente di spalle al direttore), magari effettuando volteggi ed altre amenità.  Ma, taglia qua, taglia là, un compromesso tu ed uno io, si arrivò ad un felicissimo spettacolo che venne proposto nel mese di marzo ad una platea composta da docenti di materie letterarie impegnati in un corso di perfezionamento sul Rinascimento.
Fu un gran successo e, al di là del piacere «diretto» derivante dall’esecuzione, rimangono alcune foto splendide a testimoniare la grande fantasia messa in gioco dalla regista in termini di  personaggi, gruppetti, maschere, movimenti, il tutto con una collaborazione veramente formidabile da parte dei coristi.  Persino le più riottose massaie superarono allora ogni pudore e si lanciarono in movimenti scenici che – al direttore che le conosceva nella «elasticità» di tutti i giorni - apparvero prodigiosi.
Nel maggio dell’87 fu ospitato ad Ancona il Coro di Corfù, simpaticissima formazione maschile conosciuta ad Atene: diretto dal M° Lefteris Spinoulas (severo e signorile, cosa possibile evidentemente solo in un coro maschile) il coro eseguì un bel concerto nella chiesa di Pietralacroce, segnalandosi per la bravura e la simpatia dei suoi componenti. La tournée del coro greco si svolse in un modo singolare: in un pullman tutti i cantanti (maschi), alloggiati presso le famiglie dei coristi di Ancona, in un altro pullman le mogli e gli «aggregati», spediti in un albergo a Senigallia.  Quelli ospitati dai coristi erano dunque uomini di mezza età resi buontemponi e goliardi dalla provvisoria libertà, quindi simpaticissimi ed aperti ad ogni iniziativa. Ancor oggi viene citato il caso di quello che durante una cena chiese, candidamente, se poteva fare una telefonata a Corfù per sapere se la moglie - finalmente! - aveva partorito ...
Quell’anno fu denso di soddisfazioni: sia perché il coro aveva ben rimpolpato l’organico con nuovi entrati (alcuni dei quali raccolsero l’incondizionato plauso dei bassi ...), sia perché fu allestito un programma, per solisti, coro ed orchestra, particolarmente interessante.
Fu eseguita infatti la Cantata BWV 78 di J.S.Bach e la Missa brevis KV 194 di W.A.Mozart, nella quale si alternarono, come solisti, Gigliola Barchiesi, Doriana Giuliodoro, Yoriko Komiya, Elisabetta Andreani, Francesca Miconi, Alessandra Savioli, Claudio Ferretti, Bernard Horlin, Kazuhiro Komiya, Massimo Benedetti, Gianni Fraticelli, Im Seung Jong. Questo stuolo di solisti - laddove ne sarebbero bastati quattro - trova spiegazione nella cronica difficoltà incontrata dall’Associazione per stabilire, con largo anticipo, un calendario preciso di concerti: questo, per l’insipienza delle amministrazioni pubbliche che spesso, con ingenuo candore, richiedono l’esecuzione di un concerto di questo tipo appena due settimane prima, senza sapere che occorre affittare un organo o clavicembalo, contattare quattro solisti e venti strumentisti (che, essendo professionisti, avranno altri impegni), oltre, naturalmente, al coro che va adeguatamente preparato. Prende allora il via una girandola di sfrenati contatti, sostituzioni, modifiche ed adattamenti, che certo non giova nè alla salute del direttore (un anno di attività con l’orchestra equivale a quattro con il solo coro ...) nè al costo complessivo della manifestazione. Ma tant’è: l’antico vizio dell’improvvisazione è ancora tra noi, e non rimane che  adattarsi ...
Il 1987 fu un anno non particolarmente denso di appuntamenti, ma le occasioni che si presentarono furono veramente eccezionali.
Dopo il coro di Corfù, un altro coro venne ospitato ad Ancona: il «Roskilde Studienkor», danese, diretto da Ole Hannibal. Formazione ristretta (circa venticinque elementi), eseguì un concerto stupendo sia per scelta di brani che per raffinatezza d’esecuzione (in particolare i brani di Britten), e resta oggi, insieme al coro polacco, una delle formazioni di maggior spessore tecnico invitate ad Ancona.  Ancora vivo il ricorso dei cantori danesi, con i volti rubizzi (avevano passato tutta la giornata al mare) a contrasto con le bianche pietre della chiesa di S.Maria della Piazza.
Nello stesso mese (un giugno ...caldissimo!) fu ospitato nuovamente il coro tedesco «Pro Musica Sacra», in tournée in Italia.
Quindi, ad agosto, una stupenda trasferta a Corfù, in Grecia: dopo un viaggio per nave, caldo, un po’ sofferto, l’organizzazione accolse i coristi del «Giovan Ferretti» scusandosi in quanto per alcuni imprevisti l’ospitalità era offerta in hotel e non nelle famiglie. Condussero quindi il gruppo in un albergo affacciante su una attraente piscina. Ancor oggi i coristi non ricordano perfettamente se posarono le valige nelle stanze prima di tuffarsi o se il bagno fu precedente l’ingresso nella hall e qualsiasi convenevole ...
Questa nuova esperienza greca fu favolosa, forse più in termini turistici che musicali: un solo concerto in una settimana da passare in nell’isola assolata, con ospiti gentilissimi, cene all’aperto, bagni nell’acqua cristallina! (Quando non si poteva andare al mare rimaneva pur sempre la piscina, con grande vantaggio per l’igiene collettiva).
A Corfù si tentò un esperimento che, allora, mise tutti in agitazione: proporre il «Festino del giovedì grasso» in forma scenica, al pubblico greco. La paura era motivata dal fatto che questo tipo di musica rinascimentale trova ragion d’essere innanzitutto nella comprensione dei testi, che devono comunque essere cantati in italiano. Il coro si accordò con un interprete che leggesse in greco alcune didascalie prima di ogni brano, entrando però lui stesso a far parte del «meccanismo» scenico. Il teatro era stupendo, la principale sala di Corfù, con ogni dotazione di impianti scenici, luci, macchinari che certo non era stata disponibile nelle precedenti esecuzioni. Il Maestro Lefteris Spinuolas (che aveva grosse esperienze nel campo della lirica e del teatro in genere) si prodigò, letteralmente, per aiutare la regista Giuliana Brega nella scelta delle luci, nella sincronizzazione dei comandi ed in tutto il resto. Iniziò lo spettacolo. Aperto il sipario, il teatro gremito fino all’ultimo posto, pubblico pagante. Silenzio. Nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato che lo spettacolo sarebbe piaciuto. Avrebbero capito le sottili trame, le macchiette, i percorsi musicali? Iniziò l’esecuzione. Primi sorrisi, primi ammiccamenti in quelle pupille luccicanti nell’oscurità. Avanti con la musica, le scenette, il drago, le maschere, i salti, i gruppetti ... Man mano che l’esecuzione procedeva il pubblico manifestava sempre più il suo gradimento, anche con applausi a scena aperta. Sempre di più, un vero trionfo. Già prima della fine qualcuno nel coro l’aveva ormai capito, e fu organizzato uno scherzo (o meglio, messo in atto uno scherzo forse pronto da mesi): nelle coppe del brindisi finale fu messo realmente del vino, che tutti bevvero sorpresi e divertiti.
Lo stupore che destò quel concerto convinse definitivamente l’Associazione della bontà dell’idea: bisogna insistere nel proporre questi capolavori rinascimentali che, se sono poco conosciuti in Italia, sono letteralmente una scoperta sensazionale all’estero.
L’anno si concluse «alla grande», con la partecipazione alla prima edizione del TODI FESTIVAL, appuntamento denso di avvenimenti culturali di prim’ordine dove furono presentate la cantata di Bach e la messa di Mozart.  Nonostante la tensione per l’importanza dell’appuntamento ed alcuni oscuri segnali premonitori (ad esempio quei passanti che inchinavano la testa in segno di cordoglio alla vista dei quattro che portavano a spalle, sulla scalinata del duomo di Todi, il cassone di legno, in realtà custodia del clavicembalo) il concerto ebbe un grande successo e galvanizzò i coristi come pochi altri.  


1988

Dopo il 1987 – con grande regolarità - fu la volta del 1988.
Anno intenso di concerti (ben ventotto) prevalentemente nelle Marche, con un programma di musica sacra dal gregoriano fino ad autori contemporanei.
Anno importante per una trasferta lunga lunga, fino in Danimarca, nei pressi di Copenaghen. Esperienza interessante, altri costumi, ospiti meditativi, grande organizzazione sociale (ma anche tanti problemi), tempo plumbeo. Un concerto in una singolare chiesa a due navate, con i pilastri centrali che sembravano voler nascondere il maestro e ripartire equamente le sezioni per ciascuna navata.  Fatica, soddisfazioni, un bel ricordo.
Nel maggio, una novità: prima esecuzione moderna di un «Credo» da una Messa del compositore anconetano Emanuele  Nappi (vissuto tra ‘700 ed ‘800). Un ciclo di concerti dedicati a Nappi, con l’Orchestra Filarmonica Marchigiana guidata dal M° Michele Marvulli e, in una occasione, da Cesare Greco. L’evento fu favorito dal M° Leonardo Boari, da sempre amico dell’Associazione «Giovan Ferretti» ed in quegli anni entusiasta organizzatore della sezione anconetana della Gioventù Musicale Italiana. (Senza voler offuscare i meriti musicali di questo musicista l’associazione lo ricorda anche nelle vesti di presidente di giuria in un concorso culinario – Rossini docet … - che per vari anni fu organizzato dalla solita Giuliana Brega, a definitivo perimento di fegati, annessi e connessi).  

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 Il coro «Giovan Ferretti» è strutturato in modo tale che il direttore artistico possa scegliere, di volta in volta, i direttori chiamati a tenere i vari cicli di concerti. Fatalmente, a prendere la bacchetta è quasi sempre lo stesso direttore artistico, non a caso estensore dello statuto; ma, quando capita, è sempre con grande soddisfazione che il coro si presta a nuovi direttori (forse, per i coristi, è un sospirato momento di sollievo?).
Tra le «bacchette» che hanno diretto il «Giovan Ferretti»: Michele Marvulli (già direttore del Conservatorio di Pesaro), Claudio Ribeiro (brasiliano, grande talento e comunicativa), Massimo D’Ignazio (direttore del coro «Tonini Bossi» di Senigallia), Sergio Piccone Stella (direttore dell’Istituto «Spontini» di Ascoli), Marco Mencoboni (studioso di musica antica), Sante Zaccaria, Wolfram Menschik. Poi, altre bacchette non «ufficiali»: i vari maestri stranieri incontrati nelle cene post concerto, cimentatisi nella direzione di improbabili esecuzioni collettive; ed ancora, gli stessi coristi, alcuni dei quali sono inimitabili nel riprodurre il gesto del «magister», sottolineandone amorevolmente taluni aspetti ...  

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Nello scorrere queste righe qualcuno avrà notato che, più di una volta, capita di accennare alle cene post concerto, o al dopo prova.  Bisognerà dare qualche spiegazione.
Vi è un momento, nella giornata di un cameriere o di un cuoco, nel quale un dolce alone di serenità sembra scendere dall’alto portando con sè e diffondendo su ogni cosa una grande calma e soddisfazione (per intendersi, un po’ la stessa sensazione che prova il marito svegliandosi presto la domenica mattina, al pensiero che è possibile poltrire fino a tardi, la moglie è partita, i figli sono dai suoceri, sul comodino le riviste attendono di essere sfogliate e, nella cuccuma in cucina, e` rimasto un poco di caffè ...) .
Il cameriere, dicevamo, oppure il cuoco: quando la sera  volge al termine e le torme di commensali pian piano si allontanano, quando rimane solo qualche giovane coppia a parlottare sottovoce e sui primi tavoli scompaiono i tovaglioli spiegati, sostituiti da qualche nuova fresca tovaglia, pronta ed ansiosa di offrirsi, la sera successiva, a nuovi ospiti ... Quel momento in cui, benché sia già notte inoltrata, nell’animo del cameriere sembra comparire – benvenuto - il primo tramonto: quando le fitte delle scarpe si placano immaginando il letto vicino, quando il cuoco inizia a riporre le salse per domani ...
Bene, vi sono alcuni sventurati che, dalla nascita del «Giovan Ferretti», hanno perso questo piacere. È facile scoprirli: girate i vari ristoranti, nella notte, ed osservate ...
Ne troverete alcuni dove i camerieri, a quel «tramonto» che dicevamo, non si placano. Il loro sguardo è sempre vigile, il cuore in tumulto. I gesti, nel raccogliere tovaglie e tovaglioli, non sono sereni, lo sguardo corre spesso alla porta, alle scale: un rumore! chi e`? Ah, il signore ha scordato l’ombrello! Bene! Buona notte! Grazie! Ah! Un altro rumore, delle voci: chi e`!? Salgono? Salgono?? Salgono??? Si`? Chi e`?
(Si apre la porta. Entrano gioiosi e festante alcuni giovani (o ex giovani), quindici o venti persone: nelle mani portano cartelline con fogli di musica).

(Cameriere)     -     Buonasera.
(Giovani)     -     Buonasera!
(Cameriere)     -     Va bene qui?
(Giovani)     -     Si, ma ... può aggiungere un tavolo, arrivano altri!?
(Cameriere)     -     Si. Bene, mangia qualcuno?
(Giovani)     -     Si!
(Cameriere)     -     Ah. (pausa) Vado a prendere il menu.

(seguono raffiche di ordinazioni, confusione, canti, interventi del gestore per interrompere i canti.  Passa circa un’ora e mezza. Segue altra confusione per la ripartizione del conto).

Questa scena per moltissimi anni si è ripetuta abitualmente ad ogni prova e ad ogni concerto del «Giovan Ferretti».
     Vi sono alcune vite spezzate, giovani che credevano di poter fare il cameriere perché, tranne che negli orari di punta, è un lavoro tranquillo; gestori che ancor oggi si chiedono perché sia toccato proprio al loro locale, e non ad altri; malvagi che, per fiaccare la concorrenza, suggeriscono ai coristi quel tale locale ...
La consuetudine delle cene e delle bevute dopo le prove  ha mietuto molteplici vittime: questi poveri sventurati, appunto, e non ultimi, alcuni apparati digestivi dei coristi, che, meglio d’ogni altra cosa, testimoniano oggi il tempo dedicato all’insana abitudine.
A dire il vero, dopo i primi dieci-quindici anni nei quali l’attività «notturna» fu veramente intensiva i coristi hanno leggermente ridimensionato queste abitudini, anche perché molti, non più giovinetti, sono  ora gravati da mogli (o mariti), figli ed attività stressanti. Rimane comunque l’abitudine di spendere il dopo prova seduti al tavolo di un bar, anche perché alcune prove hanno un effetto di «carica» così coinvolgente che molti hanno sperimentato la difficoltà ad addormentarsi qualora si vada a letto senza un adeguato intervallo in relax. L’ultimo colpo alle attività notturne è venuto dalla sede nuova del coro (un fatto recentissimo, del quale si parlerà successivamente): la dotazione di un piccolo frigorifero e di una sorta di piccola «dispensa» ha indotto molti a trattenersi fino a tardi alle prove …

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Visto che è stata pronunciata la parola «vittime», è doveroso qui concedere uno spazio alle vere vittime, le Vittime del «Giovan Ferretti», quelli che maggiormente hanno pagato, in prima persona, ed ai quali è dovuto un tributo di sincera commozione per quanto diedero, senza nulla ricevere.
Ci riferiamo, è evidente, alle famiglie dei coristi: padri, madri, mariti, figli e parenti.
Come spiegare ciò che queste persone hanno sofferto, a causa del «Giovan Ferretti»?
Cito alcuni casi, i più dolorosi, scusandomi fin d’ora con quanti, non menzionati, soffrono in silenzio.
Un giovane avvocato, fresco sposo, non appassionato di polifonia: costretto dalla moglie, corista, ad ascoltare in un anno circa quaranta esecuzioni (ufficiali e non) de «Il grillo» (simpatica composizione rinascimentale, da prendere tuttavia in piccole dosi).
Un padre, bancario, trovato ad attendere la figlia alle cinque di mattina, gambe divaricate e braccia conserte, in mezzo all’incrocio di Pietralacroce (fu difficile consegnargli l’erede spiegandogli che si era andati a fare quattro salti alle tre di mattina per festeggiare un’esecuzione particolarmente riuscita ...).
Un marito, medico, non amante della musica, anzi, fiero avversario della polifonia, costretto dalla moglie ad ammettere, come colpa, di essere stonato.
Un altro marito, medico, personaggio equilibratissimo ed ascetico, un gentleman inglese, colto ed amante della vita regolare e serena, abitualmente a letto alle 22,30: coinvolto in tournée massacranti, sottoposto a zuppe di pesce definite poi «barbariche», a grappe bevute per aperitivo ed a cene di mezzanotte.
Un marito, già comandante di nave, che per aver timidamente mostrato una certa consuetudine con viaggi, biglietti ed annessi fu coinvolto, sistematicamente, in tutte le faccende di prenotazioni, caparre, cuccette, lamentele, etc., e, per giunta, venne da allora affettuosamente chiamato col soprannome della moglie!
Un marito, ingegnere, che, rincasando a tarda ora di cena, stropicciandosi gli occhi stanchi e massaggiandosi la schiena (dolorante di seggiola), aperta la porta di casa riceve dalla moglie, nell’ordine: un severo «sei arrivato!?...», i due figli in braccio, un bacetto. La porta di casa è già chiusa, la moglie non c’è più. È alle prove.
Una moglie che apprende il futuro del marito (impegnato nel coro) solo da casuali telefonate di coriste amiche, che le comunicano - quasi sempre sgomente - i successivi calendari prove.
Quelle bimbe che, alzando gli occhi tristi, chiedono: “Papà, anche stasera le prove?”.
Un giovane medico, sventuratamente sposatosi con un contralto, coniò in tempi recenti una felice definizione del coro, come sintesi delle sue opinioni professionali maturate nel tempo: il miglior anticoncezionale.
A buon merito figurano tra le vittime anche gli sventurati occupanti delle abitazioni vicine alla sede del coro ed a quel portoncino che – sistematicamente, in piena notte - espelle coristi scoppiettanti perchè «compressi» da due ore di prova.
E, infine, annoveriamo le Vittime nel loro complesso, perché un giorno riescano a cancellare dagli occhi quello sgomento che v’appare quando, invitate ad una cena extra coro, notano formarsi un gruppetto che - sottovoce - intona qualcosa, e si chiedono: «Che fanno, cantano?».

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Esaurita la parentesi, torniamo all’anno ‘88.
A luglio, una visita che pareva un’invasione, come già poteva capirsi dal manifesto affisso per le strade: «80 ungheresi a Pietralacroce!».
Fu ospitato il coro «Furst Sandor Gimnazium» di Budapest, diretto dal M° Lajos Bartal: una vera e propria invasione di giovani studenti. Questo coro - devo dirlo - sembrò inizialmente freddo. Non per le esecuzioni, che erano di buon livello, con programmi inusuali dalle nostre parti e ben concertati: piuttosto, per un certo riserbo, una cortina che permaneva tra i componenti del «Giovan Ferretti» ed i coristi stranieri.
Gli ungheresi tennero due concerti, uno dei quali memorabile: fu allestito un palco proprio davanti alla chiesa di Pietralacroce, fu interrotto il traffico, preparate varie file di seggiole in mezzo alla strada principale del quartiere: era un esperimento, mai tentato in precedenza.  Risultato: una serata meravigliosa, grande  pubblico, atmosfera di «paese» nel senso affettuoso del termine. Dopo il concerto, smontato il palco in pochi minuti, comparvero tavoli, sempre per strada: cento, duecento persone sedute, e via con le portate di specialità nostrane. La gente del quartiere guardava prima attonita, poi compiaciuta, iniziando a portare anch’essa cibi, vini ed altro. Una grande festa popolare. Don Sandro, mente del tutto, per giorni e giorni avrebbe incontrato persone entusiaste che gli dicevano «Così bisogna fare! Sembrava di essere tornati a vent’anni fa! ... «
 Per quanto riguarda il coro ungherese, tuttavia, la sensazione dal punto di vista umano – ch’è bene ricordare ai fini di quello che si dirà nel seguito - era che non si fosse creato un buon amalgama e che gli ospiti ungheresi fossero un po’ schivi ...
Il 1988 proseguì con varie manifestazioni: tra le altre, la partecipazione di un gruppo di coristi all’iniziativa del Coro Regionale Marchigiano, con esecuzione di vari brani tra cui «La pazzia senile» di A.Banchieri, in forma scenica, con regia della solita Giuliana Brega.
Sul finire dell’anno, un bel concerto ad Osimo allestito e diretto dal M° Claudio Ribeiro, musicista brasiliano in Italia per un corso di perfezionamento, che lasciò il segno di una scuola d’alta professionalità.  


1989

Nel 1989 si allestì un nuovo programma, tutto di musica profana, con interventi ed intermezzi di flauti dolci: ballate medioevali, madrigali trecenteschi, villanelle, villotte. Una grande festa nata poco a poco, forse nessuno alle prove pensava che il concerto potesse svilupparsi così «divertente». Il tutto, preceduto dall’esecuzione della complessa e «tragica» sestina di Monteverdi «Lagrime d’amante sul sepolcro dell’amata». Grande soddisfazione nel vedere che il pubblico seguiva, concentrandosi nella difficile sestina per coglierne ogni sfumatura, per poi rilassarsi nelle composizioni minori, fino a sorridere apertamente in alcuni pezzi d’effetto.
Imperversava ancora, tra i bis, il «Contraponto» di Banchieri, nel quale, tra i vari «animali» cimentatisi in tanti anni, sono stati sempre i contralti a sentirsi più a loro agio nella parte di uno stridulo gatto ...
A luglio fu ospitato un piccolo coro dalla Danimarca, di virginali fanciulle provenienti da un minuscolo paesino:  era un coro semplice, che abitualmente si esibiva nella chiesetta locale. Ma insegnarono a tutti un modo di far musica «a tappeto», una cultura ormai assimilata, per cui la ragazzina, posato il secchiello per mungere la mucca, prendeva gli spartiti e correva alla prova del coro, magari eseguendo un piccolo brano al flauto traverso. Musica «consueta», dunque. Nel borgo di Offagna (dov’era l’albergo scelto per ospitare questo coro) l’arrivo di queste venticinque biondine scatenò i galli locali, con situazioni d’imbarazzo generale ...
Sempre a luglio tornò, per la terza volta, il coro «Pro Musica Sacra»: furono accolti ormai con la «disinvoltura» della moglie che va a prendere alla stazione il marito pendolare. Wolfgang Pelz, il direttore, sempre in viaggio con precauzionale scorta di birre, era ormai assuefatto completamente alle pastasciutte italiane e, forse, anche le sue interpretazioni iniziavano ad italianizzarsi, con più elasticità nei tempi e maggior “melos”. I coristi tedeschi avevano le facce e lo smalto di sempre: in quattro anni erano rimasti realmente immutati (forse il maestro, una volta rientrato in Germania, li ripone sotto naftalina in qualche segreta scansia della chiesa di Geislingen: in fin dei conti dirige vari cori, alcuni «invernali», altri «estivi» ...).  Un buon concerto a Castelfidardo, un bellissimo riabbracciarsi tra amici, l’invito per il “Giovan Ferretti” a tornare in Germania al più presto, ancor oggi non onorato per difficoltà logistiche ...
Ad agosto, la trasferta a Budapest: pochi, in partenza, erano convinti. Varie si presentavano le difficoltà oggettive, come paurosi «buchi» tra i tenori ed i soprani, per improvvise malattie e problemi di lavoro. Ma c’era anche la sensazione che ad attendere il coro si sarebbero trovati quegli ungheresi, forse un po’ freddi, forse non soddisfatti dell’ospitalità ricevuta in precedenza.
Il pullman del coro arrivò in una città che, nella centrale Pest, era avvolta da una calura afosissima che sembrava non smentire il nome affibbiatole. Ma, sin dal primo contatto con gli ungheresi, in un piazzale lungo l’autostrada, il coro comprese l’antifona: fermato il pullman la prima accoglienza fu espletata direttamente dal M° Lajos Bartal accompagnato da due coristi che dispensarono vino e biscotti salati.
Interrogate, minacciate, torturate pure un corista del «Giovan Ferretti»: egli sempre tacerà per non tradire lo spirito del gruppo ed i segreti in suo possesso. Ma non dategli, dopo ore di pullman, un biscotto salato e del vino, perchè allora il suo cuore sarà nelle vostre mani, morbido e cedevole come burro...
Già il primo incontro scatenò l’entusiasmo. I bassi ripresero colore e loquacità dopo la trasfusione.
L’ospitalità era in famiglie che, fin dall’inizio, si dimostrano gentilissime ed accoglienti. La realtà sociale ed economica era molto diversa da quella italiana, ma lo spirito e la gentilezza dimostrati crearono subito una grande comunione.
Due concerti con repertori diversi (il primo profano, l’altro sacro), due sale importanti, due vicende diverse.
Un bellissimo spazio sonoro, sghembo, con una ripida scala culminante in una torretta, ritagliato nelle pietre del Castello di Budapest. Qui il primo concerto, al quale assistette un pubblico divertito e partecipe, coinvolto in pieno in quella che su un giornale fu definita «una splendida festa rinascimentale».  Alla fine del concerto uno dei maggiori compositori ungheresi viventi, Csenki Imre, presente tra il pubblico, si alzò in piedi e volle dire alcune cose: parole di elogio ed amicizia, usando più volte, in italiano, il termine «affettuoso» riferito all’esecuzione. Fu per il «Giovan Ferretti» una grande gioia. Alla fine, dopo abbracci, ci donò per ricordo alcune sue composizioni, una lettera ed una foto del suo maestro, Zoltan Kodaly.
Il secondo concerto nella centralissima Chiesa Universitaria: pubblico molto attento, coro forse un po’ stanco, comunque buon successo. E, alla fine, dopo un bis, un nugolo di persone si alzò dalla platea correndo verso il coro. Erano gli amici ungheresi, ciascuno con una rosa per il suo ospite. Comparvero le prime lacrime.
Negli ultimi giorni a Budapest: l’ospitalità raggiunse punte tali da porre tutti in forte imbarazzo. Grandi giri turistici organizzati, spettacoli, cene: le famiglie coprivano di doni gli ospiti, con spese che forse superano gli stipendi mensili. Per una escursione di poche ore furono confezionati cestelli di viaggio di consistenza militare (non mancavano le sorprese, come alcuni dadini di lardo e, naturalmente, l’immancabile peperone giallo crudo!).  Doni su doni, gentilezze, pazienza nelle interminabili attese per i ritardi del gruppo, disponibilità: non si sapeva più cosa fare. Il coro fu proprio a suo agio: in poche tournée il gruppo restò così compatto, così «tranquillo». Accaddero episodi divertentissimi, nel viaggio: memorabile la puntura dell’ape a un giovane soprano, localizzata, per buon gusto dell’animale, nella zona solitamente destinata a lambire le sedie. La ragazza urlava, saltava, ma l’ape rimaneva li`! Non c’era modo di aiutare la sventurata (ragazza), finche, al colmo della paura e del dolore, decise ella stessa di liberarsi dei vestimenti che trattenevano l’insetto (prisoner in Paradise).  Un vecchietto ungherese, di passaggio, rischiò l’infarto. Alcuni coristi presenti improvvisarono un «cordone» protettivo, per salvaguardare il pudore della  fanciulla.  Naturalmente, nel formare il cordone, si disposero di spalle al pubblico curioso già accorrente, invece che alla fanciulla ... Il direttore, che non ebbe ventura di partecipare a quel consesso, ne incontro alcuni di lì a poco che riferirono l’episodio con occhi spiritati e, nel complesso, con un’ebbrezza ed una soddisfazione incontenibili.
Come questo, mille episodi divertenti nella tournée in Ungheria. Tournée che si concluse con le più calde lacrime d’affetto - negli occhi ungheresi ed italiani - che la storia del «Giovan Ferretti» ricordi. Gli ungheresi: una rivelazione.  

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Nel 1989 l’Associazione festeggiò il proprio decennale con una splendida festa alla quale furono invitati anche i vecchi coristi, ormai numerosi, nonché i tanti amici. Nel corso della serata furono moltissimi gli episodi spassosi improvvisati da tutti gli intervenuti. Erano presenti anche alcune autorità con le quali, all’epoca, era ancora possibile un rapporto aperto, nonostante le solite difficoltà del settore. Con il decennale (e gli oltre duecento concerti) iniziava a consolidarsi la storia di questo coro, nato dal nulla ed ormai invece realtà stabile nella città di Ancona.



1990

    Il 1990, forse perché i postumi della “sbornia” del decennale faticavano a svanire, fu una annata più contenuta, benchè vide il coro impegnato in diciotto concerti, di cui uno soltanto fuori regione, a Pescara.
    Tra le cose da ricordare, un nuovo invito alla Rassegna Internazionale di Cappelle Musicali di Loreto, alla quale stavolta il coro partecipò con maggior consapevolezza dei propri mezzi e presentando un repertorio impegnativo. Tra l’altro l’organizzazione, volendo ricordare i maestri Remo e Adamo Volpi, organizzò un concerto straordinario che prevedeva , tra gli altri, la partecipazione del Coro “Giovan Ferretti” insieme a formazioni corali di Fabriano e Loreto per un’esecuzione collettiva di vari brani, da tempo ineseguiti. Dopo varie prove nei mesi precedenti, eseguite con le tre formazioni nelle varie città (il direttore incaricato girava come una trottola!), il 18 aprile nel concerto inaugurale sotto la volta della basilica lauretana risuonarono nuovamente alcune composizioni di Remo Volpi: Ecce panis Angelorum,  Puer natus est, Tota pulchra, Magnificat.
    Nella sua apparente “povertà” il 1990 fu un anno di transizione, nel quale comunque il coro affrontò composizioni importanti come il mottetto di William Byrd Laudibus in sanctis, da allora divenuto uno dei cavalli di battaglia della formazione, la splendida Liturgia tedesca di Mendelssohn in doppio coro e, nella musica profana rinascimentale, La guerre di Janequin.
    
 
1991

    Il 1991 segnò l’inizio di una tradizione particolare, delizia e martirio ancor oggi per l’Associazione “Giovan Ferretti”, nata sia per volontà del coro che per grandissima sensibilità e disponibilità dell’allora vescovo di Ancona Monsignor Dionigi Tettamanzi, persona nella quale cultura ed intelligenza convivono in modo esemplare.
    Ma per dare un’idea di ciò che significò l’avvio di questa tradizione bisogna fare un passo indietro e spiegare quale fosse la situazione musicale nelle chiese, avventurandosi in un argomento delicato per non dire in un campo minato.
    Da anni vigeva una sorta di “blocco” che consentiva solo alcuni concerti sporadici nelle parrocchie “periferiche”, con un rigido controllo di programmi, permessi, etc.: il tutto derivava da episodi di antica data nei quali cori e musicisti forse un po’ “allegri” ed amministratori altrettanto allegri quanto ignoranti avevano organizzato concerti in chiesa nei quali il programma, per così dire, non era forse perfettamente calibrato all’ambiente, dal momento che nessuno si sarebbe sorpreso vedendo Carmen sfoggiare tutta la sua seduzione ancheggiando sul transetto, il coro intonare un “Libiam nei lieti calici” davanti al tabernacolo, Tosca gettarsi dal pulpito, e via di seguito.
    La conseguente e sacrosanta censura finiva per rendere più difficile la vita anche a quelle formazioni che un minimo di decenza l’avevano mantenuta, ma soprattutto non incoraggiava certo un miglior rapporto tra musicisti ed autorità ecclesiastiche, rapporto che già storicamente è stato spesso problematico.
    Non addentriamoci in disquisizioni storiche: fatto sta che nella Cattedrale di San Ciriaco, chiesa principale di Ancona e stupendo monumento, non si teneva praticamente nessun concerto, anche per questa sorta di diffidenza maturata nei confronti di musicisti incapaci di tracciare il solco del buongusto tra ciò che può essere attinente la liturgia ed “il sacro” e ciò che invece non li interessa affatto.
    Il Duomo senza musica: una realtà triste, forse non una eccezione in Italia, ma certo un fatto molto stridente considerato quanto avveniva normalmente all’estero.
Dunque, una timida proposta del M° Greco, la cultura e l’intelligenza di Monsignor Tettamanzi, la sapiente mediazione di Don Cesare Recanatini, altra persona nella quale il buon gusto fa a gara con la concretezza nell’affrontare i problemi e risolverli: dal cocktail uscì il Concerto del Venerdì Santo, la cui prima “edizione” vide la luce il 29 marzo. Il programma – come sempre accadde negli anni successivi – fu “mirato” al particolare momento liturgico e presentò una serie di mottetti sacri, tra i quali quelli di Poulenc pour un temps de penitence: la sorpresa fu vedere il Duomo gremito di pubblico, e constatare l’attenzione di quel pubblico! Davvero una risposta forse superiore alle aspettative ed una bella tradizione che negli anni successivi andò sempre più rinsaldandosi.
Si diceva, all’inizio, delizia e martirio: perché? Perché l’esigenza di presentare ogni anno un programma nuovo impone al coro un vero e proprio tour de force da ottobre ad aprile e finisce quindi per caratterizzare un po’ tutta l’impostazione dell’anno, rendendo difficile, ad esempio, organizzare un analogo appuntamento per il periodo natalizio, come pure proseguire nello studio di repertori profani (indispensabili per le varie attività concertistiche del coro). Spesso i programmi sono diventati due o tre in un anno, ed a chi canta è stato chiesto un impegno superiore di molto rispetto alla “normale amministrazione”. Tutto questo è però ripagato – ancora oggi - dalla soddisfazione, davvero unica, di partecipare al concerto del Venerdì santo, immersi in quell’atmosfera particolare.
Il 1991 fu un’annata abbastanza intensa, con i suoi ventisei concerti, e proprio in quell’anno il coro iniziò a dar sfoggio della duttilità divenuta successivamente una sua caratteristica principale.
Nel mese di maggio partecipò al Concorso Nazionale di Canto Corale Sacro, a Vallecorsa, riportando il primo premio (ex aequo con un’altra formazione): tra i brani presentati, il Laudibus in sanctis di Byrd ed il Regis regum rectissime di Britten. Tutto secondo rituale: esultanza, coppa gigantesca, allegria. Non c’era tempo per festeggiare, perché Vallecorsa era lontana e il coro doveva rientrare ad Ancona: ma almeno, sulla Roma-L’Aquila, un brindisi simbolico fu imposto e allora, un po’ fantozzianamente, in una stazione di servizio la coppa fu riempita di spumante, con brindisi tra gli sguardi perplessi degli automobilisti che si chiedevano se si bevesse benzina brut o gasolio d’annata.
Ben lungi dall’essere esaurito il 1991 presentò due altre “chicche”: la prima era un programma di musiche tutte francesi del Novecento: le Petites voix ed i Quatre motets pour un temps de penitence di Poulenc, le Trois chansons de Charles d’Orleans di Debussy e le Trois chansons di Ravel. Furono eseguiti un paio di concerti, ma un repertorio così bello e particolare forse ne meriterava qualcuno in più.
Sempre nello stesso anno un altro programma rientrò in quella ricerca di repertori particolari che ha sempre caratterizzato l’impostazione dell’attività: stavolta si volle provare l’insieme coro e chitarra, in composizioni originali. Con il chitarrista romano Arturo Tallini fu allestito un repertorio che prevedeva tra l’altro il Concierto Juglar di Julià ed il Romancero gitano di Castelnuovo-Tedesco. Questo programma fu presentato la prima volta a Pietralacroce, con una formazione cameristica, poi a Roma, al Teatro Ghione, nell’ambito di un festival chitarristico. Grande soddisfazione (in particolare il Romancero risultava veramente trascinante!), anche se molti sudori freddi per riuscire ad amalgamare l’esile suono della chitarra con il “peso” delle voci. Al Teatro Ghione, non particolarmente felice per l’acustica delle voci, una cantante apprensiva impose a tutto l’ensemble da camera uno snack pre-concerto a base di acciughe, tradizionalmente considerate salutari per la  voce. Effetti devastanti sugli aliti ed identica fatica per “reggere” l’intonazione.
Nel 1991 il coro affrontò anche una tournée in Polonia, ospite del Coro di Czestokowa, con quattro concerti in altrettanti giorni e varie altre esecuzioni “minori”. Come sempre, accanto all’attività musicale, la trasferta del gruppo si caratterizzò per alcuni momenti piacevolissimi, molti dei quali legati alla generosità dei nostri ospiti ed all’assimilazione delle loro usanze. Particolarmente impegnativa l’assimilazione di una grappa locale che, per tradizione, veniva fatta trovare sui tavoli in tanti bicchierini da “liberare” prima d’iniziare il pranzo, a stomaco vuoto. Memorabile anche la cena notturna in un vero e fitto bosco nordico, e quel falò enorme attorno al quale tutti ruotavano tenendo in mano sottili rami nei quali erano infilzati pesci di fiume da mangiare arrosto. E come dimenticare i due “transfughi” Mi Vittorio Farinelli e Teofilo Celani (forse gli unici rimasti sobri quella notte), le cui ombre comparivano sinistre tra gli alberi della foresta pronte ad immortalare con la macchina fotografica gli altri coristi per così dire “più rilassati”, ai quali dopo il flash toccava pure sorbire il refrain del “n’allez pas au bois d’Ormonde”?
Tournée faticosa, quella polacca: accanto ad episodi esilaranti (chi può scordare il canto processionale in idioma barese antico che si levò nei corridoi dell’albergo, quasi a voler riprendere l’analogo episodio del  1982 con altri protagonisti?) restava una serie faticosa di concerti, a volte concentrati e “sovrapposti” dagli organizzatori che, evidentemente in difficoltà  per reperire fondi, avevano pensato ad una utilizzazione “intensiva” del coro. Drammatica in particolare una giornata: il coro aveva tenuto un concerto la sera prima, seguito da immancabile cena sino a tarda notte; la mattina successiva levata di buon’ora, per un’escursione organizzata, che si sarebbe dovuta concludere la sera con un altro impegnativo concerto, per il quale tutti erano preoccupati (non si canta bene se si è stanchi); sosta a metà giornata nel ristorante di una sorta di centro turistico; quando a fine pranzo le palpebre dei coristi cedevano al solo pensiero di un’agognata pennichella gli organizzatori si avvicinarono facendo capire che avevano concordato con i responsabili del centro un piccolo concerto, solo mezz’ora di musica … Mai il coro intonò in modo tanto flaccido il debussiano Quant j’ai ouy le tabourin sonner o in modo così aggressivo Yver, vous n’estes qu’un villain!.
Il 1991 si concluse con un impegno particolare: l’incarico di realizzare la prima esecuzione assoluta di un nuovo brano scritto dal compositore vivente Roberto Beccaceci, un madrigale spirituale dal titolo Dune: brano difficilissimo, a dodici voci, con ritmi ed intonazioni veramente complicate. Si trattò di un lavoro veramente rilevante, e certamente chi ascoltò la prima esecuzione non potè avere un’idea di quanto sudore ci fosse dietro. Le prove furono estenuanti, ed in qualche caso lo scoraggiamento sembrò avere il sopravvento: riuscire ad intonare le nuove voci che entravano mentre le altre di fatto eseguivano un cluster vocale era davvero arduo … L’esecuzione andò tuttavia in porto senza particolari intoppi. Gli strascichi più divertenti furono però in una cena dei bassi tenutasi poco dopo il concerto, nella quale Dune venne ferocemente parodiato quanto a musica e, soprattutto, testo. Ma non è opportuno scendere qui in dettagli.
Non si riesce proprio a distaccarsi da questo 1991 senza citare la posa della prima pietra del nuovo Centro Polifunzionale di Pietralacroce, che il presidente Sandro Orlandini aveva strenuamente voluto anche per dare al coro una sede più grande. La prima pietra viene posata nel mese di settembre. Sembra di rivedere la scena: coro e pubblico in cantiere, il vescovo di Ancona officia una piccola celebrazione, il coro canta, Don Sandro posa il mattone. Fu una giornata felice, e anche se tutti sapevano da tempo che il presidente stava male, nessuno immaginava che il coro sarebbe entrato nella nuova sede solo otto anni dopo, senza che quel presidente potesse essere presente e gioire insieme a tutti.


1992

Con il 1992 s’inaugurò la stagione dei grandi concerti del Coro “Giovan Ferretti”: non che i precedenti fossero stati di poco conto, ma fu a partire da tale anno che l’Associazione si cimentò nell’allestimento di repertori che, oltre al particolare impegno vocale, coinvolgevano orchestre numerose e solisti: dunque un impegno anche di ricerca, economico, organizzativo.
S’iniziò con il Requiem in do minore di Cherubini, composizione profondissima rimasta nel cuore e nella memoria di ogni corista: fu proposto con l’Orchestra Filarmonica di Ancona all’Università ed al Duomo, quindi replicato alla fine di agosto al prestigioso Todi Festival, che ospitava il “Giovan Ferretti” per la seconda volta.
Nella restante parte dell’anno l’attività proseguì con concerti vari prevalentemente incentrati su  programmi di musiche rinascimentali sacre e profane.
Da segnalare un invito particolare da parte della Rassegna Internazionale Cappelle Musicali di  Loreto: nel corso del concerto inaugurale il Coro “Giovan Ferretti” eseguì (forse in prima assoluta) il Vespro della Beata Maria Vergine di Virgilio Mortari, per un omaggio al maestro che la Rassegna volle appositamente dedicargli.  Proseguì in tal modo una tradizione, poi rinsaldatasi negli anni, che vede il coro spesso preso in considerazione per l’esecuzione di repertori impegnativi o prime esecuzioni.
Il 1992 fu però un anno nero per il coro: il presidente Sandro Orlandini se ne andò. Da tempo ormai lo si vedeva barcollare, indomito, con la sua sclerosi avvinghiata addosso: negli ultimi anni era diventato poco più di una larva, si faticava persino a capire cosa dicesse con quei movimenti impercettibili delle labbra. Per tutti però era sempre il presidente, il fondatore, l’amico. Era lui che aveva aiutato il coro nei primi anni, che aveva incoraggiato tutti nelle difficoltà successive, che aveva coinvolto un intero quartiere nell’attività dell’Associazione, che aveva voluto strenuamente un centro polifunzionale nel quale trovare una sede più adatta.
La prima pietra era stata già posata, e forse essere arrivato sino a tale traguardo in quelle condizioni era stato, per Sandro, uno sforzo già immane. Ora ci lasciava. I cori sono strani: ogni anno cambiano alcune persone, ma quelli che restano tendono a considerare il coro sempre lo stesso. Invece è come un fiume che si trasforma continuamente nel suo percorso, e dopo un po’ il suo alveo, il paesaggio intorno, la velocità della corrente, la profondità, la vegetazione sono tali che non lo riconosceresti più. Molti coristi di oggi non hanno mai visto Sandro Orlandini. Sarebbe bello che oggi, per un momento, tutti quelli che cantano con inconsapevole serenità nella bella sede di Pietralacroce potessero vedere il nostro caro Sandro battere i pugni sul tavolo per avere quella sede, bloccare il traffico nella strada principale del quartiere  per allestire il palco del concerto, coinvolgere ed incoraggiare tutti, trovare occasioni nuove …



1993

Nel 1993 il coro lavorò ad un progetto particolare: benchè possa sembrare strano, la letteratura musicale non è particolarmente ricca di composizioni originali per coro e pianoforte, mentre le voci e questo strumento si sposano benissimo e consentono ritmiche e sonorità particolarmente varie e suggestive.
Il coro dunque allestì un programma interamente originale, con gli Zigeunerlieder di Brahms, le Danze popolari rumene di Bartok, i Canti polacchi di Szymanowski, i Sei canti della Moravia di Dvorak e Janacek. Musicalmente questo collage (realizzato col pianista Paolo Zannini) era godibilissimo, ma la grande fatica stava nell’allestirlo tutto nelle varie lingue originali: sono ancora vive nel ricordo di tutti le immagini di coristi (e del direttore) che, nei faticosi esercizi di dizione, rimanevano “impigliati” con la lingua nel disperato tentativo di districare una sc o una szk cosi come si sentivano dalle cassette richieste a collaboratori del coro provenienti da quei paesi. Questo repertorio fu presentato in cinque concerti, uno dei quali nella stagione concertistica Musicainsieme di Bologna. In un altro di questi, al Teatro Alfieri di Montemarciano, il direttore del coro si rese protagonista di un involontario “spogliarello”, immortalato dalla cinepresa: in piena esecuzione degli Zigeunerlieder la ripresa video (un po’ lontana) lascia intravedere una sorta di giarrettiera che cade dal direttore ed espressioni d’imbarazzo negli antistanti coristi. Vallo a spiegare – dopo - che era la fascia del frac …!
Scherzi a parte, il 1993 fu veramente un’annata eccezionale (i cori, si sa, sono un po’ come il vino …) che vale la pena di ricordare almeno per altri tre aspetti.
Il primo riguarda la decisione del coro di lasciare un “segno”, ossia di registrare un cd. Bisogna sapere che l’attività del “Giovan Ferretti” è estremamente povera di registrazioni o di incisioni: questo, al di là dei costi e delle difficoltà organizzative, dipende sostanzialmente da un convincimento del direttore, e cioè che la registrazione, soprattutto quando viene poi montata in laboratorio, è solo un falso e non vale un millesimo dell’emozione che suscita anche un unico passaggio ben eseguito in un concerto dal vivo. Ad ogni buon conto, le pressioni dei coristi riuscirono a modificare questa situazione, e si incise il cd, riproponendo il Requiem di Cherubini in quattro concerti ad Osimo, Senigallia, Ancona e Camerino. Fu realizzato un buon disco, in elegante veste grafica, passato ormai in molte mani. (Per la cronaca: il direttore, dopo aver contribuito all’estenuante “montaggio”, non ha più riascoltato la sua copia, tuttora avvolta nel cellophane).
Ancora il 1993, anno ricco, anzi ricchissimo con i suoi trentanove concerti. Il coro si cimentò nei sei Mottetti di Anton Bruckner: chi sa di musica conosce l’impervia difficoltà di questi bellissimi brani e sa cosa costi allestirli e che tipo di coro possa affrontarli. Il ciclo dei sei mottetti fu presentato, insieme ad altre musiche, in concerti a Faenza e Terni e poi, in ordine sparso, in altri appuntamenti.
Nel mese di settembre il coro fu invitato – per la prima volta - alla Rassegna Corale di Zakyntos, quell’isola greca che ricordiamo come la Zante di foscoliana memoria. L’invito fu accolto con molto piacere, sia per l’onore di partecipare come unico coro italiano, sia per la bellezza dell’isola e per la superba ospitalità offerta (quanti nostri amministratori avrebbero da imparare in una di queste tournée! …). Il coro fu “diviso” in due bellissimi alberghi, sul mare, ma ai capi opposti della città. Per i ripassi giornalieri vennero allora organizzati due “sottocori” che si identificarono ben presto con fisionomie proprie e direttori diversi: il basso Bruno Ciciarelli, già direttore di coro a Roma ed oggi purtroppo tornato nella capitale con incarichi prestigiosi, si prodigò quale direttore del coro più lontano dallo chef ufficiale, coro che naturalmente – anche considerando la piscina in dotazione al proprio albergo - ben altro fece che piangere del distacco ...
Nei ricordi di quella trasferta uno resterà sempre impresso nella memoria di chi c’era: un bellissimo concerto serale nella stupenda cornice dell’anfiteatro di Zakyntos, sulla collina tra i cipressi ed il mare … e quel gruppo di spettatori francesi che, al termine, vennero a congratularsi dicendo: “Strana la vita: siamo dovuti venire in Grecia per sentire cantar bene pezzi francesi …da un coro italiano!”.
Nel  1993 si ebbe anche un altro graditissimo invito per un concerto a Faenza nell’ambito di un ciclo organizzato dal Coro Jubilate diretto dai Mi Monti ed Evangelisti: un complesso dinamico ed impegnato nella ricerca con il quale, da quella volta, sono stati stretti rapporti di amicizia e reciproca stima.


1994

Che vergogna essere italiani nel 1994!
Abbiamo un solo musicista che è stato unanimemente riconosciuto: è quel Palestrina al quale nessuno, ma proprio nessuno ha avuto nulla da rimproverare, nemmeno l’ipercritico Wagner che pure accusava Verdi del solito “zum-pa-pa”. Nel 1994 ricorrevano quattrocento anni dalla morte di Palestrina: tutti nell’ambiente della musica si aspettavano che le varie stagioni concertistiche fossero ricolme di brani del grande Giovanni Pierluigi, di programmi monografici, di esecuzioni rare … Invece, nulla! L’Italietta ritenne di festeggiare il suo maggior musicista con diecimila Missae Papae Marcelli (che noia!), qualche centinaio di Aetherna Christi Munera, una manciata di Missae brevis e qualche mottetto sparso (ma dei più noti, per carità!).
Il Coro “Giovan Ferretti”, controcorrente, s’impegnò in uno studio approfondito di una composizione particolare: la Missa “Ut, re, mi, fa, sol, la”, sfarzosa e complessa creazione  del Palestrina ancora sensibile alle influenze fiamminghe.
Le sei-sette voci del coro si fecero ascoltare in numerosi concerti in regione: Agugliano, Ancona (due volte), Falconara, Fabriano, Ascoli Piceno, Osimo, Chiaravalle, Jesi, Montelabbate Apsella (ospiti del ciclo “Il canto delle pietre”). Dovunque il pubblico applaudì convinto, anche se inizialmente sorpreso dalla grandiosità e complessità della costruzione. Ma la sorpresa principale fu proprio per il coro, forse timoroso circa la disponibilità del pubblico ad “assorbire” quel programma, raffinato sì, ma certo anche astratto … Il felice risultato dimostrò invece che il pubblico, quando lo si rispetta con l’onestà nella scelta dei programmi, è sempre molto più preparato e disponibile di quanto lo si ritenga a priori.
Nel mese di novembre il progetto fu coronato da un concerto a Roma e, il giorno successivo, dal prestigioso invito nella città di Palestrina, ospiti dell’omonimo Centro Studi: il coro visitò prima la casa di Giovanni Pierluigi, poi eseguì in concerto la “Ut, re, mi, fa, sol, la” e qualche mottetto. Poi tutti in macchina verso casa, col cuore pieno di soddisfazione (era stato … “vendicato” il Palestrina!).
    Il coro del 1994 era una formazione ormai quindicenne, eterogenea come sempre ma ormai esperta. I tanti anni di “militanza” e soprattutto i repertori via via sempre più impegnativi affrontati iniziavano a modificare l’assetto iniziale. Se nei primi anni del coro l’attività si era retta sull’entusiastica partecipazione dei primi pionieri, su una grande quantità di tempo disponibile per ognuno e dedicata all’iniziativa, su un’impostazione spesso  ludica prima che musicale, ora le cose cambiavano e subentrava piano piano un altro aspetto, sottilmente angosciante e per questo tenuto nascosto da tutti, anche se inevitabilmente riemergente.
    Solo chi ha effettuato un cammino lungo insieme può avvertire questa cosa, e certo si tratta di uno degli aspetti più problematici da affrontare. Perché anche i cori, come le persone, invecchiano. Intendiamoci: il ricambio nelle file di un coro è solitamente così notevole che magari l’età media resta abbastanza contenuta: ma l’esperienza del coro, la memoria dei cantori più esperti e sempre presenti, la coscienza degli impegni e del livello da raggiungere, a volte la stessa routine degli appuntamenti fissi segnano in modo inconfutabile lo stare nel coro.
    Per questo molti coristi, anche quelli più bravi, a volte si lasciano andare a malinconie incentrate sul “Com’era una volta!”, “Com’è cambiato il coro …”. In realtà non si accorgono che la vita scorre, e che spesso il maggior cambiamento, che constatiamo nel mondo circostante, è invece avvenuto dentro di noi. Quante persone iniziarono a cantare nel “Giovan Ferretti” in giovane età, liceali o universitari? Che problemi c’erano allora, se non quelli di studio? Quante cose sono cambiate! Ora molti hanno famiglie numerose, lavori che li assorbono fino a sera, problemi economici, di salute … Prima le prove erano uno dei tanti momenti di spensieratezza nella giornata: ora sono un momento di spensieratezza (ma con impegno …) guadagnato, anzi strappati con sacrificio a giornate troppo piene, troppo dense di lavoro, appuntamenti, scadenze, corse. E non è solo una questione d’invecchiamento: è proprio il mondo di questi anni Novanta che corre freneticamente, che impone le vacanze mordi e fuggi, i matrimoni usa e getta, il divieto di fermarsi ed anche di rallentare …
    I vecchi coristi maturano questa sensazione contrastante dentro di sé; i nuovi, quando entrano, trovano un dislivello da colmare sempre più ampio, e tante volte anche minor pazienza da parte degli altri, meno disposti ad aspettare ch’essi compiano il loro stesso – lungo – percorso per arrivare a risultati di eccellenza.
    Queste contrastanti sensazioni e realtà molti cori le nascondono: è più facile il trionfalismo a tutti i costi. L’Associazione Corale “Giovan Ferretti” non ha invece vergogna nell’ammettere che, a partire dagli anni Novanta, una delle difficoltà nel cammino è stata proprio questa: non tanto le condizioni “esterne” (sulle quali pure, per chiunque ha fatto cultura, non vi è stato da esultare), quanto piuttosto nella più difficile ricerca di una concentrazione e di una motivazione nell’animo di tutti i componenti del sodalizio.
    La parentesi, forse un poco malinconica, sulla quale ci siamo trattenuti non deve comunque ingannare: pur con alterne vicende, distacchi a volte dolorosi, cantori esperti - vere colonne del coro - persi per strada per motivi di lavoro o di famiglia (quanti “o me o il coro!” saranno stati pronunciati nell’intimità dei talami?) nel 1994 come negli anni successivi l’attività proseguì sempre senza rallentamenti e nello stesso clima goliardico di sempre.
    Una tradizione tipica del “Giovan Ferretti”, nata anni prima e proseguita sino ai nostri giorni, è la cena dei bassi. Perché questa e non altre sezioni abbia voluto organizzare un proprio esclusivo incontro lo si può spiegare solo con la fierezza insita nello stesso concetto di basso: il fondamento, quello che con la parte più oscura tiene in piedi l’intera struttura armonica; la sezione più tradizionalmente avulsa da rivalità e “agitazioni”; quella sempre pronta a far quadrato attorno al nuovo corista non perfettamente preparato ed – ahinoi – anche attorno al vecchio corista non ancora perfettamente preparato.
    Se nei primissimi anni la cena dei bassi fu una tradizione incentrata sull’esasperazione culinaria, con ricette che avrebbero abbattuto un cavallo nel pieno vigore, negli anni successivi la faccenda andò delineandosi nella sua vera, goliardica fisionomia. Tutto seguiva un rituale strettissimo: totale esclusione dei tenori (l’appellativo tenore veniva usato tra i commensali come insulto); menu sempre “calibrato” alla Grande Berta; invito esteso anche ai vecchi coristi ormai fuori dal coro; iniziazione dei nuovi bassi entrati a far parte dell’organico; scelta di soggetti intorno ai quali incentrare l’incontro; catarsi finale – purificatoria – con grolla valdostana.
    Non è questa, evidentemente, la sede per narrare della cena dei bassi: ma certo alcuni ricordi restano impressi più di altri … Come quella processione notturna dalla chiesetta di Pietralacroce sino alla casa del “mecenate” di turno, tutti con le candele accese che intonavano litanie medioevali con testo leggermente modificato … O i numerosi processi, più o  meno sommari, intentati con tanto di corte, accusa e difesa, nei confronti dei bassi macchiatisi di comportamenti non ortodossi (troppa confidenza ai tenori, affettuosità con giovani signore, etc.). O ancora i travestimenti, i canti, le parodie di celebri esecuzioni. O quella volta che, infrangendo un rituale ormai consolidato negli anni, il basso che offriva la propria casa come sede per la cena fece trovare presenti, tra lo stupore di tutti, la (bella) moglie e la figlioletta. Cena ovviamente “bloccata” ed imbarazzatissima, per lo meno sin quando le due sacrileghe offrirono una torta ai commensali, divorata come tutto il resto in pochi istanti, ed azzardarono un timido “Vi piace?”. Subito costrette a rientrare in cucina ed a confezionare (anche se era tarda notte) una nuova torta, cucinata seduta stante e divorata anch’essa in pochi attimi.
    Quanti ricordi! Quante case le cui mura, se avessero vita, scuoterebbero la testa, quanti sguardi attoniti di vicini, genitori e passanti sgomenti nello scoprire i veri contenuti della cena. Chi avrebbe mai sospettato che quell’irreprensibile segretario comunale si potesse produrre nella gara di recitazione in napoletano in una così accorata declamazione dei versi da indurre i presenti ad un vero delirio di ovazioni? E chi mai avrebbe sospettato che quel basso, nella quotidianità schivo e forse un po’ malinconico, partecipasse a quel simposio (così allora chiamato con enfasi) con una relazione di tale sottigliezza ed ironia da lasciar tutti a bocca aperta. E chi può immaginare gli occhi dell’allora segretaria (la casta “Tucci”) quando ascoltò il contenuto della cassetta che registrava alcuni momenti del dibattito durante una cena dei bassi, cassetta che per tragico errore le era stata consegnata in luogo di quella da lei richiesta con la parte dei contralti di un certo pezzo …
    Nella vita di un coro “pesano” due ricordi: quelli musicali e quelli – spesso futili – di piccoli episodi, forse all’esterno insignificanti. Ma l’essere coro, e non occasionale agglomerato di cantori, si sostanzia forse in questo: la serietà degli impegni affrontati insieme, la serenità ed il piacere dello stare insieme. E piano piano, impercettibilmente, con chi sa cogliere questi aspetti si diventa una vera e propria famiglia.
    

1995

    Nel 1995 il coro affrontò, per il Venerdì Santo, il dolcissimo Requiem di Faurè: composizione che l’ensamble sembrò amare particolarmente. Purtroppo questo fu l’unico anno nel quale l’incomprensione con una delle cosiddette orchestre “ufficiali” impedì la realizzazione orchestrale del brano. E sarebbe qui da aprire un lungo capitolo su quegli organismi cosiddetti “istituzionali” che, pur assorbendo risorse finanziarie notevolissime dallo Stato finalizzate alla loro attività sul territorio, non hanno alcuna disponibilità verso le realtà operanti sul territorio stesso, che pertanto debbono cercarsi altre orchestre e pagarsele di tasca propria. Un bell’esempio di amministrazione oculata delle risorse! Ma non è questa la sede, e quindi passiamo oltre.
Fatto sta che il 1995 fu l’unico anno nel quale il Coro “Giovan Ferretti” presentò un brano al concerto del Venerdì Santo nella trascrizione pianistica, peraltro eccellente e mirabilmente realizzata dal M° Zannini, ormai in simbiosi con la formazione dopo l’esperienza di due anni prima.
    Con l’occasione fu preparato – per gli altri concerti -  un programma con musiche varie per coro e pianoforte originali o trascritte: il Madrigal ed il Cantique de Jean Racine sempre di Faurè, il Salmo 86 di Kolberg, il Geistliches Lied di Brahms, il Valse avec choeur di Bizet.
    Il 29 aprile, dietro graditissimo invito del Comune di Arcevia che organizzava una rassegna sul monachesimo, la formazione maschile del coro presentò una liturgia gregoriana che, vivaddio, si riuscì ad eseguire nel corso di una messa serale, così com’era concepita in origine, e fu strutturata nei canti del Proprium e dell’Ordinarium, rispettando quindi l’origine e la funzione dei canti. Troppo spesso capita di sentire oggi un gregoriano “postmoderno” e decontestualizzato, sostanzialmente laico, con tutto il rispetto che nutriamo per questo termine: un gregoriano che, nell’ambito di presunte ricerche filologiche, si allontana terribilmente da quella che era la vera finalità di questa preghiera cantata.
    Il 1995 fu anno importante per un altro piacevolisimo avvenimento: nacque il coro delle voci bianche, intitolato a Sandro Orlandini, affidato alle cure amorevoli ma ben decise di Laura Ricciotti, musicista che dopo aver appreso qualcosa come pianista e come cantante dallo stesso direttore del coro, poi si  è avviata per strade autonome in Italia ed all’estero, con grande determinazione e volontà (non si diventa direttori se, oltre alla bravura, non c’è un reale “bisogno” di coro) ed oggi dà vita ad una interessante realtà musicale in continuo progresso.
    A ottobre il coro fu invitato ad una rassegna a Campobasso, dove presentò un repertorio tutto del Novecento: si partiva da Britten e Bardos per arrivare a Orff, Toch (Fuge aus der geographie) e Brautigam, passando per il Requiem per un amico scomparso, lo Spleens e Les proverbes de Fenis di Cesare Greco. Il coro ottenne un notevolissimo successo e da lì maturò un invito, per il dicembre di tre anni dopo, ad un concerto presso la Società Amici della Musica locale. Tra le amenità della trasferta – davvero soddisfacente dal punto di vista artistico – si ricorda la vicenda del direttore che, dormendo in albergo nella stessa camera di un suo storico corista (un compito funzionario regionale)  scoprì, dopo tanti anni, di avere nella sua formazione un vero basso russo. Notte insonne … dal ridere.
    Con i suoi diciannove concerti ed i vari repertori allestiti il 1995 fu un anno piuttosto intenso: tra gli altri inviti ne giunsero, assai graditi, uno per un concerto organizzato dall’Università di Camerino ed uno per un concerto a Faenza nel mese di novembre, nuovamente ospiti del Coro Jubilate.


1996

    Nel 1996 il coro affrontò un repertorio particolarmente impegnativo: lo Stabat Mater di Domenico Scarlatti, per dieci voci e continuo. Mesi di studio faticoso per una partitura che frammentava l’organico in tante piccole sezioni che s’intrecciavano continuamente. La composizione fu presentata al concerto del Venerdì Santo, con il continuo realizzato orchestralmente. Nella stessa serata fu proposto anche un altro Stabat, ben più celebre, quello di Pergolesi, realizzato con il soprano Beatriz Lozano (da allora in stretta collaborazione con la nostra associazione) e lo stupendo contralto cubano Amor Lilia Perez (oggi - purtroppo per noi! - presso il Coro Filarmonico della Scala). Cattedrale stracolma, gran successo.
    Ma l’attività dell’anno non si fermò qui, registrando invece una delle più belle produzioni del coro: fu infatti allestita la Barca di Venetia per Padoa di Adriano Banchieri, presentata in forma scenica con il contributo del regista Luigi Moretti coadiuvato da Adriana Formato, con l’accompagnamento strumentale realizzato da spinetta, viola da gamba, liuto, tiorba, violino barocco e traversa rinascimentale.
    Ovviamente si dovette “correre” molto, perché il tempo a disposizione dopo il Venerdì Santo era veramente poco: ma in una calda serata agostana, nella splendida cornice di villa Almagià-Gusso ad Ancona, i madrigali e le funamboliche invenzioni del Banchieri risuonarono ora dolcissimi, ora esilaranti tra i porticati ed il giardino della villa gremita di pubblico. La regia sfruttò in modo accorto la struttura del brano, e con mezzi tutto sommato abbastanza contenuti ottenne effetti scenografici notevoli: alcune foto scattate dal pubblico sembravano ritrarre quadri rinascimentali, piuttosto che personaggi viventi … L’allestimento si dimostrò un successo, e la collaborazione con l’ensemble di musica antica fu piacevolissima. Il concerto fu ripetuto varie volte nel corso dell’anno, in forme variate.
    Poco più di un mese prima il coro si era prodotto in un’altra performance, come al solito con uno “strappo” in tempi brevissimi (… perché in Italia nessuno riesce a programmare le cose per tempo?). Il Festival Inteatro di Polverigi aveva richiesto la prima esecuzione assoluta di un brano scritto in collaborazione da due compositori romani viventi, Paolo Vivaldi e Francesca Suriano: si trattava di un Agnus Dei che andava eseguito con il coro in scena, mentre il funambolico attore Matteo Belli dava corso ad un monologo di esilarante comicità dal titolo Trittico per un altare. Anche in questo caso prove strettissime, tanta fatica, ma grande soddisfazione sia per il successo che per il piacere di collaborare ad un’esperienza nuova.
    Ad agosto il coro effettuò una tournée in Trentino, nella Val di Sole (per l’occasione ci si chiese se questa denominazione fosse … incompleta: Val di sole piogge!). Tra un reumatismo e l’altro si tennero tre concerti, con repertori diversi.
    L’anno terminò con due concerti a Jesi e cinque ad Ancona: diciassette concerti complessivi ed almeno sei repertori diversi. Tra gli ultimi, uno in unione col coro di voci bianche, nel tradizionale concerto organizzato dai frati francescani nella Chiesa di San Giovanni: A New Nowell di Michael Hurt, sorta di musical con realizzazione pianistica, che riscosse graditi apprezzamenti.


1997

Il 1997 fu caratterizzato da due “programmoni” tanto impegnativi quanto soddisfacenti, dedicati a Schubert ed a Brahms (di quest’ultimo ricorrevano cent’anni dalla morte).
Di Schubert fu allestita con orchestra e quintetto di solisti la poderosa Messa in mi bemolle maggiore, di rara esecuzione, che fu presentata in tre concerti a San Ginesio, Chiaravalle ed al Duomo di Ancona per il Venerdì Santo.
Per quanto riguarda Brahms, si prepararono le due serie dei Liebesliederwalzer, con il duo pianistico Giacomucci-Morresi ed il soprano Beatriz Lozano; Bruno Bonagura (medico basso, anzi, basso e medico con militanza in gioventù presso una filodrammatica) curò la presentazione dei testi da parte degli stessi coristi, in modo inusuale e simpatico: questo programma, frizzante e variegato, si dimostrò un vero e proprio cavallo di battaglia per il coro che lo presentò in ben dodici concerti solo in quell’anno (fu ripreso poi negli anni successivi).
Tra l’altro, nel mese di novembre il coro fu nuovamente invitato a Faenza, dove il programma brahmsiano venne accolto veramente con grande favore.
 A fine anno si attivò una collaborazione particolarmente gradita per il coro, anche perché coivolgeva il M° Massimo D’Ignazio, un valido musicista amico dell’associazione fin dalla sua costituzione (e per un periodo anche consulente artistico). Fu allestito un programma di musiche vivaldiane, con il Dixit ed il Gloria per soli, doppio coro e doppia orchestra, presentati poi in due concerti diretti dallo stesso D’Ignazio, con il Coro “Giovan Ferretti” ed il Coro “Tonini Bossi” affiancati nelle esecuzioni. Particolarmente spettacolare l’esecuzione proposta al Teatro “La Fenice” di Senigallia.
Quando si superano i campanilismi e prevale l’amicizia, la possibilità di ampliare le risorse a disposizione consente di raggiungere risultati altrimenti impensabili. Questo dovrebbe essere sempre ben presente a certi nostri assessori, incapaci di un qualsiasi progetto aggregativo. E dovrebbe anche essere presente a molti amministratori, ormai sparsi su tutto il territorio nazionale, che nella strenua difesa dei campanilismi diventano le principali fonti di freno verso una reale crescita culturale.
Addentrarsi in questo campo significa farsi dei nemici, ma, per far comprendere come è orientata l’Associazione Corale “Giovan Ferretti” si possono fare due esempi di indirizzi che questa associazione censura e non seguirà mai.
Oggi impera una forma di invito, soprattutto nel settore corale, che ben viene rappresentato dal motto do ut des: l’amministrazione locale finanzia un coro locale, per organizzare una rassegna  corale. Questo la organizza effettivamente, invitando cori provenienti da varie località, i quali vengono contattati non tanto per la loro capacità, quanto piuttosto per la possibilità di ricambiare l’invito e, fattore a volte decisivo, per l’amenità del posto dal quale provengono. Anni fa il coro “Giovan Ferretti” si vide recapitare un amabile invito per una rassegna nella quale si usavano grossomodo queste parole: “l’invio della scheda di accettazione costituisce sin d’ora impegno irrinunciabile a restituire l’invito al coro X entro un anno dallo svolgimento della rassegna …” A questa sorta di mercato musicale il coro “Giovan Ferretti” non aderirà mai: è ben fiero, oggi, di poter affermare legami di sincera e disinteressata amicizia con numerose formazioni, che vengono invitate o in occasioni particolari, o ospitate allorchè il loro direttore, con una semplice telefonata, prospetta l’ipotesi di un loro concerto ad Ancona.
Altro esempio, ancor più degradante: prosperano sempre più le rassegne ed i concorsi, anche internazionali, nei quali dietro sigle prestigiose e giurie composte da nomi altisonanti (i cosiddetti musicisti … ufficiali) si celano operazioni ripugnanti. Sintomatico quel depliant patinato che giunge regolarmente presso la sede, dove il tale concorso internazionale viene proposto da un’amorevole ente organizzatore che si preoccupa - bontà sua – anche dell’ospitalità. Questa viene offerta ad un prezzo che, moltiplicato per i vari coristi, implicherebbe il versamento di svariate decine di milioni nelle casse degli organizzatori. Il tutto si corona poi in quell’amabile clausola riportata in un articolo del bando di concorso laddove si esclude che ogni formazione possa provvedere autonomamente al proprio soggiorno, che resta invece esclusiva competenza dell’organizzazione.
Il coro “Giovan Ferretti” non accetta questi mercanteggiamenti. La musica – nonostante un indirizzo ormai consolidato in tanti aspetti della sua utilizzazione - non è un mercato: chi la riduce a tale perde la conoscenza e la comprensione di quest’arte.
Alla faccia di tutti i mercanti musicali, il coro “Giovan Ferretti” concluse il 1997 con ventitre concerti e si preparò ad un nuovo anno, che fu individuato nel 1998.


1998

In quest’anno il coro tenne vari concerti, come sempre con repertori differenti.
I concerti ebbero inizio con un gradito invito dell’A.R.C.O.M. per l’annuale rassegna regionale, con una esibizione al Teatro “Pergolesi” di Jesi nel corso della quale al coro venne conferito il Premio A.R.C.O.M. per l’attività svolta nell’anno 1997 “con particolare plauso per la varietà e la qualità dei programmi musicali proposti”.
L’Associazione Corale “Giovan Ferretti” ha aderito a questa associazione che raduna numerosi cori regionali, come pure da molti anni alla “storica” A.N.B.I.M.A., ed auspica che le tensioni e l’eccessiva competitività che tuttora caratterizzano l’associazionismo corale possano essere superati nel comune interesse di un miglioramento del settore.
Dopo la parentesi jesina fu la volta del concerto del Venerdì Santo, per il quale, dopo vari anni di musiche corali-strumentali, si propose un repertorio del tutto nuovo, anche se interamente polifonico a cappella. L’interesse di un tale programma risiedeva nella vasta gamma di composizioni, dal Rinascimento (Da Victoria, Tallis, Tomkins, Gesualdo) al Barocco (Allegri, Lotti), dal primo Novecento (Poulenc, Bardos) sino ad autori viventi (Bartolucci, Penderecki, Greco). Di particolare rilievo l’esecuzione del Miserere di Allegri con le parti del coro “piccolo” fiorite con gli abbellimenti che i cantori dell’epoca sicuramente applicavano, ed inoltre il forte impatto dell’Agnus Dei di Penderecki, composizione molto impegnativa alla quale furono dedicati diversi mesi di preparazione. Questo programma fu presentato due volte in diverse città, prima di approdare alla Cattedrale di S.Ciriaco.
Neanche un mese dopo il concerto sacro, tutt’altro contesto e tutt’altro repertorio: il coro si trasferì nell’isola greca di Zakyntos, già citata in precedenza, come unica formazione straniera invitata ad una rassegna corale. Il repertorio dei cori presenti era incentrato prevalentemente su musiche greche antiche o moderne, oppure sulla lirica: il coro “Giovan Ferretti” propose invece i Liebesliederwalzer di Brahms, ormai collaudati, con la parte pianistica realizzata dal duo Latini-Greco. Grande successo, nello stupefacente contrasto col repertorio delle altre formazioni. E naturalmente soggiorno splendido sulla bellissima isola …
Nei mesi di giugno, luglio e settembre il coro tornò ad esibirsi nella piccola chiesa romanica di Portonovo, nella quale non tornava da tempo: gli inviti provenivano dalle organizzazioni di  tre congressi destinati a medici, ingeneri ed insegnanti, ai quali fu proposto un programma interamente sacro, ma articolato in modo diverso rispetto a quello del venerdi santo.
All’inizio di agosto il coro fu chiamato ad una interessante performance, anche se allestita in pochissimo tempo: fu infatti eseguita la Messa di Sant’Emidio di Pergolesi, per soli, doppio coro a dieci voci e doppia orchestra. La proposta venne dall’Istituto Musicale “Spontini” di Ascoli Piceno, e l’esecuzione fu diretta dal M° Piccone Stella mentre il coro fu “rinforzato” (dato il periodo estivo) da otto prime parti dell’Accademia S.Cecilia di Roma. Gli applausi nella cattedrale ascolana sancirono la bontà di un’iniziativa di collaborazione alla quale il coro si prestò volentieri, come è sempre stato nella sua tradizione.
Ma l’attività dell’anno, già molto intensa sino a questo punto, non si fermò qui. Infatti, mentre l’intero coro preparava la messa di Pergolesi, un gruppo maschile studiava un repertorio interamente gregoriano, incentrato su una serie di responsori – di rara esecuzione – commissionatici nell’ambito della rassegna Le ore dell’organo organizzata a Sirolo. L’esibizione (è proprio il caso di chiamarla così) fu particolarmente suggestiva: intitolata Da Adamo ad Abramo, prevedeva l’alternarsi dei responsori gregoriani con dei versetti organistici scritti dal compositore ungherese vivente György Kurtag e con alcuni testi recitati dall’attore Gianni Bonagura. Un’iniziativa decisamente insolita, che fu presentata in quell’occasione e, nonostante il successo di pubblico, non ha trovato a tutt’oggi repliche con gli stessi esecutori.
Il 1998 si concluse con tre concerti: il primo, dedicato a musiche profane dal Rinascimento ad oggi, tenuto all’Auditorium della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Ancona; il secondo, di musica sacra, presentato a dicembre nell’abbazia di Chiaravalle; il terzo invece perfezionò il graditissimo invito della  Società Amici della Musica di Campobasso, alla quale, nell’imminenza delle festività natalizi, si fece respirare un po’ d’aria viennese con i “soliti” Liebesliederwalzer di Brahms. Non mancò l’imprevisto, ancor oggi ricordato con angoscia: il concerto era fissato per le 18, ed il coro era partito da Ancona con il pullman di buon’ora. Sennonché il conducente, mal guidato da alcune segnalazioni telefoniche degli stessi organizzatori (che intendevano indicare la via più breve …) si era perso nelle strade sotto Campobasso. Fatto sta che alle 17,45 il coro era disperso nelle campagne molisane, in piena oscurità: altro che concentrazione prima dei concerti, riscaldamento, etc.! Il viaggio durò circa un’ora e mezza in più rispetto a quanto si era già sperimentato in passato. Il finale della vicenda fu veramente paradossale: alle 18,10 il pubblico già in sala, mentre iniziava a guardare gli orologi commentando il solito ritardo italiano, vide una turba di persone, affannate, distrutte dal viaggio, con le mani cariche di portavestiti, sacche e spartiti, scendere le gradinate della sala, montare sul palco e scomparire dietro le quinte (quell’auditorium non disponeva di un’entrata separata per i camerini). Dopo cinque-dieci minuti quegli stessi personaggi erano in scena col vestito da sera ed il frac (forse con qualche papillon leggermente inclinato), ed intonavano i valzer di Brahms accompagnati con impegno dal duo pianistico Giacomucci-Morresi: il pianista, terreo in volto – aveva sofferto il pullman in modo indicibile – sembrava stesse esalando l’ultimo respiro …


1999

E siamo dunque al 1999: storia recente, non ancora conclusa.
A questo punto è d’obbligo una considerazione, forse un po’ amara e poco diplomatica, ma certo illuminante per tutti coloro che vedendo il coro in attività o considerando gli oltre quattrocento concerti presentati si possono fare un’idea di una formazione ormai diventata – come si dice – un’istituzione nella città di Ancona, appoggiata ed aiutata dagli enti locali.
Nulla di più falso! Nell’anno del suo ventennale l’Associazione Corale “Giovan Ferretti” ha presentato al Comune di Ancona una richiesta di finanziamento per offrire un particolare programma alla città (un concerto ogni mese, con repertori e sedi diversi), per festeggiare degnamente la ricorrenza ed infine per organizzare una significativa tournée all’estero.
Senza peccare d’immodestia, riteniamo che in qualsiasi altro comune sperduto nell’entroterra il sindaco, gli assessori si sarebbero attivati (se non altro per mire elettorali …) per enfatizzare la ricorrenza e collaborare all’organizzazione. Nel caso di Ancona, nulla di tutto questo: l’unica concessione per il coro è stato un “obolo” corrispondente a malapena alla metà del costo del solo manifesto per il concerto del Venerdì Santo.
A cosa sia dovuto questo fenomeno perverso non sappiamo e lasciamo volentieri a chi verrà dopo la soluzione del quesito: tra le tante strade percorribili vi è quella degli “inquadramenti” politici (e qui si casca male, perché l’Associazione resterà unica proprietaria di se stessa, almeno fintanto che i soci saranno quelli attuali), oppure quella della new way degli assessorati alla cultura, per i quali sembra ormai contare unicamente l’immagine, il cosiddetto evento, o ancora meglio la sigla accattivante senza nemmeno l’evento dietro. I Piripac Festival si sprecano, e, dietro l’immancabile prezzolato di turno che costruisce una fantasiosa teoria sulla musica piripac, dopo il luminescente evento resta solo il deserto culturale di una nazione nella quale il livello di comprensione musicale, cioè la semplice capacità di ascolto e critica sono ormai ad un livello bassissimo.
Ma la vicenda del “Giovan Ferretti” va avanti, nonostante l’alternarsi di persone più o meno capaci nelle strutture che dovrebbero aiutare l’associazione.
Veniamo dunque all’attività del 1999, tuttora in corso.
Nel mese di gennaio, in occasione della visita del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il coro è stato invitato per la cerimonia di saluto prevista nella Cattedrale di San Ciriaco: parata ufficiale, esecuzione di due brani impegnativi, ripresa televisiva, esito ottimo.
Nei primi mesi dell’anno l’attività si è trasferita, finalmente, nel Centro Polifunzionale voluto da Sandro Orlandini e portato a compimento con altrettanta ostinazione dal suo successore, Don Claudio Merli. La struttura del nuovo complesso non è del tutto terminata, ma lo è la porzione esclusivamente destinata al coro, ed è già molto (finora sono state utilizzate sale sempre … in coabitazione!). Inoltre è anche ultimata il bell’auditorium pluriuso nel quale si possono svolgere concerti, progettato dall’Arch. Picciafuoco (che unisce le capacità tecniche all’amore personale per la musica): la sala è stata inaugurata il 20.3.99 con un concerto corale-strumentale.
Alla nuova sede hanno dedicato anima e corpo l’attuale Presidente, la “storica” Tucci Melappioni, ed il Tesoriere Fabio Coen, che hanno praticamente abbandonato le rispettive famiglie per occuparsi del trasloco, dei nuovi acquisti, degli allestimenti, della nuova organizzazione contabile, etc. Dietro la lunga storia, dietro l’applauso che sancisce il successo di un concerto, andrebbe sempre scorta l’opera spesso oscura di questi personaggi, trascurata dalla “vetrina” ma fondamentale per permettere la sopravvivenza di associazioni come questa, che altrimenti scomparirebbero ben presto nell’indifferenza dello Stato.
Allo scadere del ventesimo anno andrebbe tributato un ringraziamento a tutte le persone che negli anni si sono alternate nel Consiglio di Amministrazione: l’essersi offerte per questi incarichi, sempre gratuiti ma spesso impegnativi, resta un grande dono offerto disinteressatamente all’associazione.
Tornando al 1999, per il concerto del Venerdì Santo è stato presentato un programma molto lungo ed impegnativo: nella prima parte il Funeral Anthem for Queen Caroline di Haendel, nella seconda la Messa di Sant’Emidio di Pergolesi. Per quest’ultima di tratta di un “ripasso” dall’anno precedente, ma esteso all’intera compagine corale ora disponibile. Quanto ad Haendel, lo studio di questa bellissima e purtroppo poco eseguita composizione resta uno dei momenti di maggiore soddisfazione del coro. Grande difficoltà nel trovare l’orchestra: in questo particolare momento storico l’orchestra regionale “ufficiale” si è frantumata in più complessi, ma ognuno di questi è impegnato solo per le proprie programmazioni; in più le orchestre “intermedie” di discreto livello sono state assorbite dalle più grandi, o sono del tutto scomparse; restano complessi piccoli, incerti, con i quali lavorare è faticoso e snervante. Speriamo che la situazione evolva, altrimenti per il futuro sarà necessario rivolgersi costantemente fuori regione.
Nel mese di giugno il coro è stato invitato per una prima esecuzione assoluta, da incidere su cd: si tratta di un Inno a S.Ciriaco commissionato dalla Curia di Ancona per il millenario della Cattedrale. Autore è Stelvio Cipriani, musicista famoso per le numerosissime colonne sonore di films (tra le quali l’intramontabile Anonimo veneziano) ma anche compositore di musica sacra. In questo caso, come negli altri, tutto si è sviluppato in pochissimo tempo: mentre il coro lavorava ad un altro allestimento è arrivata la proposta della Curia, non ancora accompagnata -  naturalmente! - dalla musica. In pochissimi giorni si è incontrato il compositore e, ricevuto lo spartito ancora fresco d’inchiostro, si è concertato il brano (addirittura con una prova di prima lettura aperta al pubblico) e lo si è inciso. Una grande fatica, ripagata tuttavia dalla soddisfazione del buon risultato e dall’amicizia con il simpatico compositore romano.
Ma le “corse” non finiscono qui: mentre si stava ancora definendo “l’affaire Cipriani” il coro è stato contattato dal M° Marco Mencoboni che organizzava, per conto dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Ancona, un ciclo di concerti dal titolo Cantar lontano. Il primo pensiero era che il princeps doricae culturae avesse optato per il definitivo esilio dell’associazione “Giovan Ferretti”, sulla scorta degli indirizzi mostrati nei precedenti anni. Si immaginava un editto che avrebbe imposto definitivamente ai coristi di cantar lontano (fuori provincia? fuori regione?). Invece è stato chiesto di collaborare per la realizzazione di un concerto nel quale il coro ha eseguito un brano di Viadana - in quattro cori riuniti - ed alcune composizioni gregoriane. Anche qui si è accettato “turandosi il naso” (d’altra parte la proposta è stata trattata solo col M° Mencoboni) ed il successo ottenuto ha dimostrato, nuovamente, le potenzialità dell’associazione.
La preparazione per il concerto del Venerdì Santo era stata particolarmente faticosa, sia per la lunghezza e complessità dei brani, sia per le prove orchestrali molto intense tutte concentrate nell’ultimo periodo, anche con trasferte fuori provincia. La stanchezza conseguente, unita alla constatazione del naufragio dell’iniziativa proposta al Comune per festeggiare il decennale ha portato ad una scelta diversa, un po’ fuori dai binari abitualmente percorsi dal coro.
A partire dal mese di aprile, tra una trasferta a Pesaro ed inframmezzando il tutto con la preparazione dei brani di Cipriani e di Viadana (un po’ lontani, nevvero?), si è allestito un repertorio “leggero”, nel quale hanno trovato posto trascrizioni dei Beatles e suites da Jesus Christ Superstar di Webber e da West Side Story di Bernstein. All’annuncio di tale programma il primo pensiero dei coristi è stato la constatazione del definitivo manifestarsi della già annunciata instabilità psichica del direttore. Qualcuno ha storto il naso alle prime prove, sentendo versioni di Yesterday o di Michelle in stile simil-jazz. Ma con il passare dei giorni anche un simile programma è stato accettato come quelli classici, ed anche un brano dedicato a Rabagliati - nel più puro stile dei singers d’altri tempi – è stato “digerito” benevolmente. Alla fine si è affrontato il pubblico  in tre concerti, ad Ancona e Sirolo: la parte strumentale è stata affidata al pianista Paolo Zannini ed al batterista Davide Romagnoli. Soprattutto nel primo di questi concerti la tensione era alta, forse più che in un concerto dei soliti: quasi ci si vergognava …  E invece il pubblico, che in entrambe le occasioni gremiva all’inverosimile la platea, era in delirio. Che dire? Boh! Per il coro è stato un divertimento, e il programma sarà mantenuto a disposizione per alcune occasioni particolari.  Ma in tutti forse c’è stato il pensiero di come la scarsa comprensione dei diversi linguaggi musicali  porti a non recepire – se non del tutto in superficie – la bellezza di certi programmi e l’impegno richiesto per allestirli.
Dopo le fatiche di luglio parte del coro è andata in vacanza: un piccolo ensemble è rimasto invece in attività per preparare un programma richiesto nuovamente da Sirolo nell’ambito della rassegna Le ore dell’organo. Con il M° Luigi Celeghin si è presentata la Missa cum jubilo gregoriana ed alcuni corali di Bach, in un programma storico intitolato appunto “Dal gregoriano al corale”.
Nell’avvolgente sovrapposizione delle armonie bachiane è terminata dunque l’estate 1999 del “Giovan Ferretti” e si pensava di non dover più scrivere nulla, presi dalla preparazione del ventennale che avrebbe assorbito tutte le energie dei primi mesi autunnali.
Invece, tra capo e collo, è arriva un’altra emergenza. Al Teatro “Pergolesi” di Jesi era programmato uno spettacolo di danza contemporanea, in prima assoluta, dal titolo “Animarrovescio (La musica negli occhi)”, con brani orchestrali e corali, quest’ultimi composti appositamente da Giovanna Marini. La cosa era stata proposta al coro “Giovan Ferretti” sin dal mese di marzo, e si era data la disponibilità. Tuttavia, il “veto” di un coro “professionale” impegnato da sempre su quella piazza aveva fatto sfumare l’offerta, il che, considerato l’impegno che sarebbe stato necessario, non aveva causato drammi. Se non che, il coro “professionale”, sondati i brani e considerati i suoi impegni,  si è poi tirato indietro: ecco allora l’offerta riproposta al “Giovan Ferretti”, che la ha accettata quasi per sfida, avendo ricevuto la maggior parte dei nove brani corali a cappella solo nei primi giorni del mese di settembre, ed altri addirittura a metà mese, con numerose modifiche … in corso d’opera. Considerato che la prima era programmata il 22 ottobre, il gruppo ridotto al quale è stata affidata l’esecuzione ha fatto miracoli, impegnando sere su sere per l’assimilazione di quei brani di non semplice allestimento. Questo episodio, come tanti altri, è illuminante su cosa accada nell’ambiente musicale e sulla distorta utilizzazione degli aggettivi “professionale” o “amatoriale”.


E dopo ?

Siamo dunque alle soglie del 2000, investiti dalle ossessioni di fine millennio e da tutto quello che si vuol far ruotare intorno ad un Giubileo che forse preferirebbe restare momento intimo e riflessivo.
Il coro “Giovan Ferretti” si è molto trasformato negli anni: da quella formazione sbarazzina ch’era all’inizio è diventato una delle poche realtà stabili della regione che – piaccia o no ad alcuni amministratori politicizzati – viene regolarmente contattata per esecuzioni contraddistinte da un difficile livello esecutivo e dalla massima affidabilità.
Certo che, negli ultimi anni, questa formazione si è incamminata verso una via forse solitaria ed ardua, fondata su alcune scelte cardine: selezione accurata del repertorio, quasi nessuna pubblicità esterna (si va solo da chi chiama il coro, già conoscendolo), disponibilità per esperienze nuove, stimolanti anche se a volte molto impegnative (interi programmi studiati magari per una sola esecuzione).
Nel percorrere questa via è fatale che, voltandosi indietro, si resti come sorpresi dal tanto cammino compiuto, dalla mole delle esecuzioni, dai tanti ricordi: a volte è veramente difficile districarsi in questo percorso costellato di fiori di loto.
Quali nebbie avranno inghiottito la corista islandese? E quell’austero tedesco amburghese, in quale università sarà insegnante? E quel crescendo continuo, ribollente, che esplode nel confutatis, maledictis del Requiem di Cherubini, perché continua a rimbalzare dalle volte oscure della chiesa sin nel nostro cuore? E le ciglia aggrottate di quel timpanista? E gli occhi attenti dei Mi Martini e Rosignoli, dietro gli archetti che corrono, come ci guarderanno adesso, e da dove? E l’amico Franco Barocci, è con loro? E Sandro? E Arrigo Gugliormella, che motto saggio tirerebbe fuori? E gli occhi terrorizzati dei coristi sul baratro di quella discesa cromatica di Poulenc, possono dimenticarsi? E quella vibrazione dissonante del fortissimo di Penderecki? E quel fluire tranquillo del coro, quasi galleggiando sui violini di Schubert, non sembra aiutare ogni tanto nei passi incerti della vita reale? E i coristi di oggi cosa darebbero per barattare la sicurezza e routine con la quale affrontano un nuovo spartito con quella sensazione di cuore in gole dei primi concerti? E quelli che arrivano alle prove con avvinghiati sulle spalle i pensieri di lavoro, moglie, figli, bollette, scadenze … chi sono, nuovi coristi o sono ancora quelli di prima? Torneranno mai più quelle foto segaligne del direttore tutt’uno con la bacchetta, o quello “spessore” è definitivamente perso? Ogni volta che il cuore di ognuno cede e si lascia andare ad un momento d’amore non sembra di risentire quell’incipit a cas’un giorno mi guidò la sorte e di essere lì, in quel boschetto, con i due amanti riversi l’una sull’altro nel definitivo abbandono? E perché, in certe sere tranquille, nel silenzio della casa, sembra di “sentire” quella lama di luce estrema dell’Agnus Dei di Palestrina, pure dimenticato da tanti anni? E quegli accordi potenti e solenni di Bruckner, non sembrano ancora tornare nel rimbalzo da quella navata troppo lunga, e sovrapporsi timbrandosi ogni volta diversi? E quel drago di mille colori che corre tra il pubblico, con la coda di stoffa leggera che sbanda insinuandosi tra le teste, in quale cesta di quale recondita soffitta riposa?
E a tutti, non sembra che nelle prove, prima delle prove, dopo le prove scorra un qualcosa di più, di diverso: queste cose perdute, che però ritornano e se ne rivanno, non sono forse gli stessi ricordi, odi, gioie, contrasti che alimentano una famiglia? Non c’è forse, tra coloro che hanno vissuto e vivono questa esperienza con onestà intellettuale un qualcosa di più dell’incontrarsi per aggiustare un incastro, un’intonazione? Se gli occhi dicono il vero, sembrerebbe di si.
Dieci anni fa si concludeva l’opuscolo che commentava la ricorrenza con una serie di indirizzi, di “buoni propositi”. Alcuni dei quali realizzati, altri ancor oggi  buoni. Si dovrebbe, in questo nuovo passaggio significativo, fare i cosiddetti “bilanci”, trovare una chiusa che bene renda la dimensione e le problematiche attuali, che imposti le mosse future, che costruisca diplomaticamente e politicamente i prossimi rapporti con le autorità, che tracci insomma la linea guida.
Ma se quegli accordi tornano, e se risuonano nel cuore, se quei suoni, quei colori, quegli sguardi circolano nelle centinaia di menti che sono state e sono – anche se lontane nel tempo e nello spazio – il “Giovan Ferretti”, se tutto questo accade allora non c’è impostazione razionale che abbia ragione di essere.
Si alza il cristallo della coppa nella quale si riflette il luccichio di quegli occhi, e, con lo sguardo ammiccante per una inconsapevole felicità, ci si dice piano: “Auguri!”.


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